La più grande scoperta della mia generazione è che gli esseri umani
possono cambiare le loro vite cambiando le abitudini mentali


William James

Di cosa mi occupo

Le difficoltà esistenziali che possono portare una persona a rivolgersi ad uno psicologo possono essere le più svariate e meritano, in ogni caso, un inquadramento corretto e un’ipotesi di trattamento efficace. A volte, per comprendere la storia e le difficoltà, può essere sufficiente qualche incontro; altre volte, per problemi più complessi e meno definiti, può essere necessario un percorso più strutturato o l’invio a uno specialista diverso. Qualunque siano le motivazioni alla base dei vostri problemi, il primo passo è sempre quello di chiedere aiuto a chi è in grado di aiutare davvero.

Potremmo considerare l’umore come una “linea emotiva fluttuante” che in condizioni di normalità si colloca in posizione neutra. la maggior parte degli individui che non sono esposti a condizioni sollecitanti, di stress o di euforia, mantiene un umore tendenzialmente neutro. Quando invece si sperimenta una condizione sollecitante, positiva o negativa che sia, l’umore tende a fluttuare, spostandosi in misura congruente all’intensità della sollecitazione emotiva sperimentata. 

Per fare un esempio, se ricevessimo un regalo inaspettato e piacevole da una persona cara, il nostro indice immaginario del’umore si sposterebbe verso l’alto, migliorando sensibilmente. Tuttavia, dopo un certo periodo di tempo (generalmente  qualche ora), la linea fluttuante dell’umore tornerebbe nuovamente nella posizione neutra iniziale. Allo stesso modo, se scoprissimo di aver forato la gomma dell’auto che stiamo guidando, il nostro umore peggiorerebbe nettamente e rapidamente. Anche in questo caso, come nel caso precedente, dopo un po’ di tempo (dopo aver sostituito la gomma forata), la linea fluttuante dell’umore tornerebbe nuovamente alla posizione neutra iniziale. Va precisato che la fluttuazione dell’umore è sempre commisurata all’entità della sollecitazione emotiva. Se, ad esempio, diversamente dall’esempio precedente, scoprissimo di essere stati derubati dentro casa, il nostro umore fluttuerebbe più incisivamente verso il basso, e il tempo necessario per raggiungere la condizione neutra sarebbe certamente maggiore (alcuni giorni ).

Il disturbo dell’umore, pertanto, può essere considerato come una disfunzione di questa fisiologica fluttuazione, e si caratterizza, per durata e intensità troppo elevata rispetto alle sollecitazioni emotive (ad esempio una gomma forata potrebbe rappresentare un ostacolo insormontabile, oppure ricevere un regalo inaspettato potrebbe tradursi in una di gioia incontenibile). Altra caratteristica tipica del disturbo dell’umore è la tendenza al variare ciclicamente senza apparenti spiegazioni: momenti alternati di euforia a periodi più o meno lunghi di depressione. In tal caso assistiamo a una fluttuazione oscillante a due poli (disturbo bipolare dell’umore). In altri i casi, invece, l’umore tende a stabilizzarsi prevalentemente verso il basso (disturbo monopolare dell’umore) ad esempio a causa di un evento scatenante che ha contrassegnato negativamente la vita dell’individuo (depressione maggiore) o di una condizione stabile e continuativa che accompagna la persona per lunghi periodi della sua vita (depressione distimica). In generale, quindi, possiamo considerare il disturbo dell’umore come il mancato o improprio funzionamento dell'”omeostasi umorale” o, in altre parole, la difficoltà a raggiungere e mantenere, in assenza di sollecitazioni specifiche, la condizione di “neutro emotivo”.

Cit. M. Ciuffo

Diversamente da ciò che comunemente si crede, l’ansia è una funzione evolutiva positiva capace di migliorare l’attenzione e convogliare le risorse cognitive su di un compito specifico o nei confronti di una condizione ambientale particolare. Pertanto l’ansia, in condizioni normali, è uno stato emotivo capace di  regolare proficuamente il nostro comportamento. In alcuni soggetti, purtroppo, l’ansia si manifesta in modo pervasivo e incontrollato,  fino diventare fortemente interferente nella vita quotidiana e impedendoci di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati. Spesso è associata a tachicardia, rossore nel viso e sul decolté, respiro corto, tremore digitale, secchezza delle fauci, sudorazione fredda, disfluenza del linguaggio, fame d’aria. 

Sono stati descritti diversi tipi di ansia, in funzione dei vari approcci terapeutici e dei vari manuali classificatori di riferimento. Tra questi si evidenziano: ansia generalizzata, ansia da prestazione, ansia da separazione, ansia sociale, ansia specifica, disturbo di panico, ansia post-traumatica da stress e ansia acuta da stress. Indipendentemente dalla classificazione, è necessario individuare le caratteristiche con le quali questa si manifesta, la sua durata, la sua pervasività e la sua intensità, al fine di tracciare un possibile percorso di consapevolezza e di individuare  tecniche specifiche per il suo contenimento.

Cit. M. Ciuffo

In italiano parent training significa letteralmente allenamento dei genitori, e in effetti, per quanto la traduzione possa sembrare semplicistica e banale, si tratta proprio di una sorta di formazione pratica che mira a fornire gli strumenti giusti per gestire situazioni familiari complesse e difficili. Potremmo quindi rendere meglio l’idea parlando più semplicemente di ‘consulenza genitoriale’, ovvero di un percorso attraverso il quale insegnare ai genitori le modalità più idonee per gestire al meglio il processo educativo e/o riabilitativo dei propri figli. L’obiettivo dell’attività consulenziale è fornire le conoscenze, le abilità e gli strumenti necessari per risolvere situazioni familiari problematiche e per correggere eventuali comportamenti errati messi in atto inconsapevolmente dai genitori. L’attività mira, in altre parole, a potenziare le risorse individuali, genitoriali ma anche dei figli.

Cosa sono.

Si tratta di condizioni caratterizzate da difficoltà di attenzione che si possono manifestare in diversi modi e possono presentarsi a qualsiasi età. L’elemento comune è ovviamente il deficit attentivo, definizione comunque molto vaga perché i tipi di attenzione sono molteplici e le loro diverse alterazioni comportano diversi segni. Il disturbo più famoso in questo ambito è senza dubbio l’ADHD (disturbo da deficit attentivo con iperattività), sebbene una compromissione dell’attenzione sia tra i problemi più frequenti anche in persone con lesione cerebrale (conseguente solitamente a trauma cranico o ictus). Nei bambini bisogna sempre distinguere queste condizioni dalla normale vivacità. Chi presenta questo tipo di problemi può manifestarlo in diversi modi:

  •  scarsa cura ai dettagli ed errori (a scuola o a lavoro) dovuti a disattenzione;
  •  poca attenzione nei compiti o anche nei giochi;
  •  tendenza a non seguire le istruzioni o a non terminare le proprie attività (scolastiche, lavorative o domestiche);
  •  evitamento di compiti che richiedono impegno attentivo;
  •  perdita di oggetti necessari per le proprie attività;
  •  difficoltà a rimanere fermo, anche in situazioni in cui ci si attende che stia tranquillo;
  •  tendenza a correre e arrampicarsi (soprattutto nei bambini) in contesti inappropriati;
  •  logorrea;
  • impulsività (risposte precipitose senza lasciar terminare le domande, difficoltà ad attendere il proprio turno, interruzione degli altrui discorsi e comportamento invadente). 

Nei bambini queste difficoltà molto spesso portano a scarso rendimento scolastico, peggioramento delle relazioni con i coetanei, rimproveri da parte degli adulti, senso di inadeguatezza, ansia e demoralizzazione, che a loro volta accentuano i problemi di base. Quanto appena detto di solito persiste in adolescenza e in età adulta anche se le manifestazioni si modificano: all’iperattività si sostituisce un senso interiore di agitazione e l’inattenzione si evidenzia con scarsa organizzazione delle proprie attività che si traducono in una scadente resa scolastica, lavorativa e sociale.

Come si diagnosticano.

I deficit attentitivi si evidenziano spesso durante una valutazione condotta da uno psicologo e/o da un neuropsichiatra infantile (affiancati spesso da altre figure specializzate in queste problematiche). L’iter diagnostico prevede di solito la raccolta di informazioni da diverse fonti (come genitori, insegnanti e il paziente stesso) con interviste semistrutturate e/o questionari, colloqui con paziente e familiari e una valutazione testistica approfondita (vedi qui un elenco di test attentivi) per conoscere le difficoltà e i punti di forza della persona in questione.

Come si trattano. 

Alla fine del percorso diagnostico si possono mettere in atto specifici interventi personalizzati in base al profilo del paziente, come ad esempio, il parent training, il training cognitivo, la psicoterapia (quando opportuna) e, nei casi in cui sia stata posta diagnosi di ADHD particolarmente severa, la terapia farmacologica (soprattutto quando gli altri approcci non hanno dato i risultati sperati). In ambito scolastico lo studente con disturbo dell’attenzione può usufruire, a seconda del caso, della normativa BES del 2012 (con le relative personalizzazioni del piano didattico) o della legge 104 del 1992.

L’ADHD
è un disturbo del comportamento caratterizzato da sintomi di inattenzione e/o impulsività e iperattività che impattano negativamente su comportamento e performance in molti contesti, sia a scuola che a casa (APA, 1994). Nell’80% degli individui i sintomi persistono in adolescenza e in età adulta comportando importanti effetti se non accuratamente gestiti (Faraone et al., 2003). È emerso infatti come questo disturbo aumenti il rischio di basso livello socio occupazionale, scarse relazioni interpersonali, abuso di sostanze e atti violenti (Biederman et al., 1997). I familiari del bambino affetto da tale patologia spesso presentano problemi associati che possono essere rappresentati ad esempio da aumentati livelli di stress, depressione e disaccordi coniugali (Mash, & Johnson, 1993; Murphy, & Barkley, 1996). È importante chiarire che non si tratta di verità assolute ma solo di possibili rischi, cioè sarebbe un grave errore fare un’associazione automatica fra una diagnosi di ADHD e i problemi appena esposti. I bambini che presentano questo disturbo vengono solitamente descritti altamente distraibili, senza voglia di prender parte a compiti cognitivamente impegnativi, facilmente annoiabili, con scarsa cura dei dettagli, propensi a perdere gli oggetti, poco inclini a completare i compiti a casa, lenti a comprendere e a eseguire le istruzioni. Sono poco capaci di stare fermi, come se fossero attivati da un motorino, appaiono impazienti, con scarso controllo degli impulsi. Ognuno di questi sintomi può essere presente nella gamma di comportamenti di gran parte dei bambini, ma in alcuni casi viene definito come un disturbo, cioè quando tutto ciò causa un’interferenza significativa nelle attività quotidiane. Come per la maggior parte dei casi, le categorie diagnostiche in ambito psicologico indicano delle macroaree che racchiudono persone con profili fra loro assai diversi. L’ADHD non fa eccezione. Nel caso specifico, gran parte delle differenze possono dipendere da variabilità del quoziente intellettivo, grado di compromissione dell’attenzione e delle funzioni esecutive (soprattutto per quanto riguarda le loro sottocomponenti) e altre condizioni che spesso si associano al disturbo ipercinetico (per esempio, disturbo oppositivo provocatorio, disturbi della condotta, disturbi d’ansia e disturbi dell’umore, dislessia, discalculia, disgrafia, disortografia e, meno frequentemente, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo da tic e disturbo bipolare) (AAP, 2000; Rader et al., 2009). Valutare queste abilità nello specifico permette di tarare un trattamento nel modo più accurato possibile.

Cit. I. Anemone

La diagnosi di Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP) si applica a bambini che esibiscono livelli di rabbia persistente ed evolutivamente inappropriata, irritabilità, comportamenti provocatori ed oppositività, che causano menomazioni nell’adattamento e nella funzionalità socialeUn bambino al quale viene posta questa diagnosi, deve mostrare tali sintomi in maniera persistente per almeno 6 mesi e i sintomi devono causare menomazione nel funzionamento personale e sociale. Una storia precoce di DOP è spesso presente in bambini che vengono successivamente diagnosticati come Disturbo della Condotta (DC). Il DOP emerge solitamente in maniera più precoce (di solito intorno ai 6 anni) rispetto al DC (età di esordio intorno ai 9 anni). Ad ogni modo, molti bambini vengono diagnosticati come DOP in età preadolescenziale.

Sintomi del Disturbo Oppositivo Provocatorio

A – Una modalità di comportamento negativistico, ostile e provocatorio che dura da almeno 6 mesi, durante i quali sono stati presenti 4 (o più) dei seguenti criteri:

  • spesso va in collera;
  • spesso litiga con gli adulti;
  • spesso sfida attivamente o si rifiuta di rispettare le richieste o regole degli adulti;
  • spesso irrita deliberatamente le persone;
  • spesso accusa gli altri per i propri errori o il proprio cattivo comportamento;
  • è spesso suscettibile o facilmente irritato dagli altri;
  • è spesso arrabbiato e rancoroso;
  • è spesso dispettoso e vendicativo.

B – L’anomalia del comportamento causa compromissione clinicamente significativa del funzionamento sociale, scolastico o lavorativo.

C -I comportamenti non si manifestano esclusivamente durante il decorso di un Disturbo Psicotico o di un Disturbo dell’Umore.

D – Non sono soddisfatti i criteri per il Disturbo della Condotta, e, se il soggetto ha 18 anni o più, non risultano soddisfatti i criteri per il Disturbo Antisociale di Personalità.

Fattori di rischio

I fattori di rischio che favoriscono l’insorgenza del DOP e che aumentano la possibilità di comportamento dirompente sono:

  • Essere abusato o trascurato.
  • Ricevere una disciplina particolarmente severa o inconsistente.
  • Avere mancanza di supervisione.
  • Avere genitori con una storia di ADHD, disturbo oppositivo provocatorio o problemi di comportamento.
  • Vivere una condizione di instabilità familiare.
  • Vivere cambiamenti stressanti che inficiano il senso di coerenza di un bambino.

Terapia

L’intervento cognitivo-comportamentale per i bambini e gli adolescenti con problemi di condotta e di aggressività è basato su un modello socio-cognitivo scientificamente fondato, relativo alle modalità di elicitazione della rabbia nei bambini con PAC ed ai processi attraverso i quali questa sfocia in risposte aggressive. Nel modello in questione si opera una distinzione tra i deficit cognitivi, che si riferiscono ad inabilità in specifiche attività cognitive, e le distorsioni cognitive, che si riferiscono, invece, alle percezioni erronee e/o disfunzionali dei soggetti con problemi di aggressività. Tale modello socio-cognitivo rende evidente il fatto che, quando il bambino incontra uno stimolo potenzialmente attivante la rabbia, sono soprattutto i processi di percezione e di valutazione che questi compie ad influenzare le sue reazioni emozionali e fisiologiche, piuttosto che l’evento in quanto tale. Queste percezioni e valutazioni possono essere accurate o inaccurate e, in larga parte, sono influenzate dalle iniziali aspettative del soggetto, che filtrano la percezione della situazione e orientano l’attenzione selettiva a specifici aspetti, o stimoli, dell’evento attivante. Se il bambino ha interpretato l’evento come minaccioso, provocatorio o frustrante, egli sperimenterà un’attivazione neurovegetativa intensa e successivamente ingaggerà in un set di attività cognitive, dirette a decidere circa un opportuno corso di azione per rispondere all’evento stesso, altamente influenzate dalla valutazione iniziale e dal relativo arousal.

L’arousal interno, infatti, ha un’interazione reciproca con i processi di valutazione del bambino, dal momento che egli deve interpretare ed etichettare le connotazioni emotive di tale attivazione neurovegetativa e, inoltre, a causa del fatto che l’accresciuta attivazione emotiva focalizza l’attenzione del bambino soprattutto sugli stimoli associati con possibili minacce, egli tenderà molto frequentemente a sentirsi arrabbiato. Questi tre insiemi di attività interne – (1) percezione e valutazione, (2) attivazione neurovegetativa e (3) problem-solving interpersonale – contribuiscono alle risposte comportamentali del bambino e alle successive conseguenze che egli elicita da parte dei coetanei e degli adulti e che sperimenta internamente come auto-valutazioni. Le reazioni da parte delle altre persone possono poi diventare degli eventi stimolo, che danno vita ad un nuovo ciclo, attraverso circuiti di feedback, diventando ricorrenti unità comportamentali, collegate tra loro. Non di rado può essere utile concentrare l’attenzione sulle cognizioni dei genitori e degli insegnanti piuttosto che su quelle dei bambini. In generale, i genitori possono fare attribuzioni pessimistiche riguardo al locus of control del problema, la sua stabilità e la sua possibile risoluzione. Per esempio, le madri di bambini con problemi comportamentali tendono a credere che la causa (e di conseguenza la soluzione) delle difficoltà del figlio riguardi il bambino e non il genitore o l’interazione tra l’uno e l’altro. Le attribuzioni materne, infatti, tendono a focalizzarsi su caratteristiche stabili e disposizionali del bambino, come spiegazione primaria delle sue difficoltà. Le madri potrebbero pensare, per esempio, (a) che i loro bambini siano responsabili dei loro comportamenti; (b) che il bambino intenzionalmente si comporti male manifestando rabbia o ripicche/dispetti nei confronti dei genitori e (c) che i problemi del bambino siano relativamente non modificabili o incontrollabili. In altre parole, i genitori dei bambini con tali problemi potrebbero non accettare facilmente la premessa che le loro pratiche genitoriali abbiano giocato un ruolo importante nello sviluppo dei problemi o che possano essere usate per modificare l’attuale situazioneInoltre, alcuni genitori non si sentono competenti o capaci di fronteggiare il comportamento del bambino e sperano che il terapeuta si assuma la piena responsabilità di aiutare il figlio. In altri casi, alcuni genitori ritengono che i problemi del bambino siano totalmente causati da loro, perché non sono bravi genitori. Le attribuzioni genitoriali negative e pessimistiche sono da tenere in debito conto, dal momento che, non solo generano stati emotivi negativi nei genitori (per esempio rabbia e frustrazione), ma li inducono anche ad assumere delle pratiche disciplinari fallimentari o peggiorative. Insieme all’aiuto del terapeuta si possono imparare delle tecniche comportamentali per aiutare sia il bambino che i genitori a mitigare gli atteggiamenti e riconoscere ed arrestare i circoli viziosi che portano alla persistenza del problema.

Cit. apc-spc

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni.
Un’ossessione è un pensiero (la paura di una fuga di gas che faccia esplodere l’intero palazzo), un’immagine (una scena violenta vista al cinema), un ricordo che si intromette nella mente di una persona contro la sua volontà, producendo uno stato  d’ansia.
Una compulsione è un comportamento ripetitivo (lavarsi le mani o verificare di aver chiuso il gas un certo numero di volte) o un atto mentale (pregare o ripetere mentalmente alcune parole) che la persona si sente obbligata ad eseguire secondo rigide regole, che essa stessa decide, per ridurre l’ansia o per prevenire un evento temuto.
La maggior parte delle persone si rende conto che il contenuto dei pensieri ossessivi è assurdo o quanto meno esagerato e che non c’è alcun collegamento tra la compulsione e ciò che dovrebbe neutralizzare.

Quanto è frequente
Si stima che circa il 2-3% della popolazione è affetta da DOC, il che significa che in Italia 1- 1,5 milioni di  persone soffrirebbero di questo disturbo. Non c’è una differente distribuzione in base al sesso. L’esordio si verifica di solito in età giovanile, ma spesso i primi segnali compaiono già nell’infanzia o nell’adolescenza.

Le ossessioni più frequenti riguardano la paura dello sporco (escrementi, liquido seminale), delle malattie contagiose (aids, epatite virale) e della contaminazione (insetticidi, veleni, radiazioni).
Nel tentativo di contrastare queste paure vengono eseguiti rituali (cioè comportamenti compulsivi) che riguardano la pulizia della persona (lavaggio delle mani protratto talvolta fino al sanguinamento) e dell’ambiente (disinfezione degli oggetti, delle stoviglie, della casa ripetuta più volte utilizzando alcol o potenti disinfettanti). I comportamenti di evitamento consistono nel tentativo di non entrare in contatto con tutto ciò che potrebbe essere “contaminato” (bagni pubblici, maniglie delle porte, denaro) o “infetto” (animali, persone ammalate o che hanno avuto contatti con ospedali o cimiteri) e possono essere tanto estesi da non consentire l’allontanamento dalla propria abitazione. Nei casi più gravi questa diventa l’unico “posto sicuro” e chiunque entri, essendo considerato una possibile fonte di contaminazione, si deve sottoporre a un rigido programma di pulizia.

Comuni sono anche le ossessioni a contenuto aggressivo verso se stessi (ferirsi involontariamente) o verso gli altri (aver provocato involontariamente incidenti) con necessità di controllarsi allo specchio, per verificare di non essere ferito, o di telefonare alla Polizia, per accertarsi che non si sia verificato un incidente sul tragitto appena percorso.
Talvolta le ossessioni riguardano la possibilità di perdere il controllo e mettere in atto comportamenti auto-aggressivi (suicidarsi) o etero-aggressivi (uccidere un bambino) per difendersi dai quali il soggetto tende a nascondere tutti gli oggetti potenzialmente pericolosi (coltelli) e ad evitare le situazioni “a rischio” (avvicinarsi alla finestra, rimane da solo con un bambino).

Ulteriori temi ossessivi sono: la corretta esecuzione di normali attività con necessità di verifiche ripetute (aver chiuso il gas o la porta di casa) che possono protrarsi anche per ore, i numeri (targhe automobilistiche) seguiti da rituali numerici (eseguire complicate operazioni con i numeri di targa della prima automobile incontrata uscendo da casa), l’ordine (avere tutti i libri disposti in base all’altezza) con necessità di disporre gli oggetti secondo precise regole, la sessualità (avere impulsi incestuosi), la religione (bestemmiare in chiesa) o le riflessioni esistenziali (lunghe e inconcludenti riflessioni sul perché della vita).

Cit. A. Tundo

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) o disturbi dell’alimentazione sono patologie caratterizzate da una alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo. Insorgono prevalentemente durante l’adolescenza e colpiscono soprattutto il sesso femminile. I comportamenti tipici di un disturbo dell’alimentazione sono: la diminuzione dell’introito di cibo, il digiuno, le crisi bulimiche (ingerire una notevole quantità di cibo in un breve lasso di tempo), il vomito per controllare il peso, l’uso di anoressizzanti, lassativi o diuretici allo scopo di controllare il peso, un’intensa attività fisica. Alcune persone possono ricorrere ad uno o più di questi comportamenti, ma ciò non vuol dire necessariamente che esse soffrano di un disturbo dell’alimentazione. Ci sono infatti dei criteri diagnostici ben precisi che chiariscono cosa debba intendersi come patologico e cosa invece non lo è.

I principali disturbi dell’alimentazione sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione incontrollata (o binge eating disorder, BED); i manuali diagnostici, inoltre, descrivono anche altri disturbi correlati, come i disturbi della nutrizione (feeding disorders) e i disturbi alimentari sottosoglia, categoria utilizzata per descrivere quei pazienti che pur avendo un disturbo alimentare clinicamente significativo, non soddisfano i criteri per una diagnosi piena.

Soffrire di un disturbo dell’alimentazione sconvolge la vita di una persona e ne limita le sue capacità relazionali, lavorative e sociali. Per la persona che soffre di una disturbo dell’alimentazione tutto ruota attorno al cibo e alla paura di ingrassare. Cose che prima sembravano banali ora diventano difficili e motivo di ansia, come andare in pizzeria o al ristorante con gli amici, partecipare ad un compleanno o ad un matrimonio. Spesso i pensieri sul cibo assillano la persona anche quando non è a tavola, ad esempio a scuola o sul lavoro; terminare un compito può diventare molto difficile perché nella testa sembra che ci sia posto solo per i pensieri su cosa si “deve” mangiare, sulla paura di ingrassare o di avere una crisi bulimica.

Solo una piccola percentuale di persone che soffrono di un disturbo dell’alimentazione chiedono aiuto. Nell’anoressia nervosa questo può avvenire perché la persona all’inizio non sempre si rende conto di avere un problema. Anzi, all’inizio, la perdita di peso può far sentire la persona meglio, più magra, più bella e più sicura di sé. A volte le persone ricevono complimenti durante la loro iniziale perdita di peso e questo può rinforzare la sensazione di stare facendo la cosa giusta. Quando le cose invece cominciano a preoccupare, perché la perdita di peso è eccessiva o comunque comporta un cambiamento importante della persona, molte persone non sanno come affrontare l’argomento. In genere sono i familiari che, per primi, allarmati dall’eccessiva perdita di peso, si rendono conto che qualcosa non va. Anche per loro però non è facile intervenire, soprattutto quando la figlia o il figlio non hanno ancora nessuna consapevolezza del problema e rispondono con frasi come “non ho nessun problema …sto benissimo!”.

Anche chi soffre di bulimia nervosa spesso si rivolge ad un terapeuta solo dopo molti anni da quando il disturbo è cominciato; come nell’anoressia, inizialmente non si ha una piena consapevolezza di avere una malattia, ma soprattutto un forte senso di vergogna e di colpa sembra “impedire” alla persona di chiedere aiuto o semplicemente di confidare a qualcuno di avere questo tipo di problemi. Il fatto di non riconoscere di avere un problema o di usare i sintomi del disturbo alimentare per cercare di risolvere le proprie difficoltà può avere delle importanti conseguenze sulla richiesta di un trattamento.

Una caratteristica quasi sempre presente in chi soffre di un disturbo alimentare è l’alterazione dell’ immagine corporea che può arrivare ad essere un vero e proprio disturbo. La percezione che la persona ha del proprio aspetto ovvero il modo in cui nella sua mente si è formata l’idea del suo corpo e delle sue forme, sembrano influenzare la sua vita più della sua immagine reale. Spesso chi soffre di anoressia non riesce a giudicare il proprio corpo in modo obiettivo; l’immagine che rimanda lo specchio è ai loro occhi quella di una ragazza coi fianchi troppo larghi, con le cosce troppo grosse e con la pancia troppo “grande”. Per le persone che soffrono di bulimia nervosa l’angoscia può essere ancora più forte per il fatto che il fatto di perdere il controllo sul cibo fa percepire il peso corporeo (che molto spesso è normale) come eccessivo. Sia nell’anoressia nervosache nella bulimia nervosa, la valutazione di sé stessi dipende in modo eccessivo dal peso e dalla forma del proprio corpo.

Spesso il disturbo alimentare è associato ad altre patologie psichiatriche, in particolare la depressione, ma anche i disturbi d’ansia, l’abuso di alcool o di sostanze, il disturbo ossessivo-compulsivo e i disturbi di personalità. Possono essere presenti comportamenti autoaggressivi, come atti autolesionistici (ad esempio graffiarsi o tagliarsi fino a procurarsi delle piccole ferite, bruciarsi parti del corpo) e tentativi di suicidio. Questo tipo di disturbi occupano uno spazio molto particolare nell’ambito della psichiatria, poiché oltre a “colpire” la mente e quindi a provocare un’intensa sofferenza psichica, essi coinvolgono anche il corpo con delle complicanze fisiche talvolta molto gravi.

I principali disturbi dell’alimentazione e della nutrizione sono:

  • Anoressia nervosa
  • Bulimia nervosa
  • Disturbo da alimentazione incontrollata
  • Disturbi alimentari sottosoglia
  • Disturbi della nutrizione (feeding disorders)
Cit. rete regionale centri per la cura dei DCA

Spesso la scelta affettiva legata al partner non è così “libera” e casuale come immaginiamo ma risente dei nostri modelli relazionali, cioè di quei legami che abbiamo costruito nella nostra prima relazione significativa, con la cosiddetta “figura di attaccamento”.
Il contributo della teoria dell’attaccamento (J. Bowlby) ci ha consentito di capire quanto i primi legami affettivi della nostra vita, (i modelli di attaccamento) si possano ripercuotere nella scelta del partner. Anche l’amore romantico ha a che fare con il nostro bisogno di avere qualcuno con cui sentirci al sicuro e con cui avere un conforto emotivo affidabile. Cerchiamo connessione, protezione, qualcuno a cui affidarci. Abbiamo bisogno di sentirci accettati e rassicurati dalla persona amata. E corriamo dei rischi per farlo.

cit. F. Orazi

Massimo Ciuffo Psicologo

Massimo Ciuffo

Psicologo (Iscr. Ordine N. 9174-A Reg. Siciliana) e Dottore in Scienze Cognitive, già Assegnista di Ricerca e Cultore della Materia in Neuropsichiatria Infantile presso l’Università di Messina, è stato Coordinatore Didattico del Master universitario di Neuropsicopatologia dell’Apprendimento e del Comportamento e Coordinatore del primo ambulatorio pubblico di diagnosi DSA in età adulta nel meridione d’Italia. Ha conseguito un Master universitario in Neuropsicopatologia dei Disturbi dell’Apprendimento e del Comportamento e un Master di perfezionamento in Psicoterapia Cognitiva dell’età evolutiva presso la scuola di Psicoterapia Cognitiva APC-SPC di Verona. È autore di svariate pubblicazioni scientifiche nazionali e internazionali sui disturbi specifici dell’apprendimento e del comportamento ed è primo autore della BDA 16-30, la batteria di riferimento per la diagnosi dei DSA in adolescenza ed età adulta, edita da Giunti Psychometrics. Direttore dell’Istituto di Ricerca sui Disturbi dell’Apprendimento e Comportamento IRIDAC, è membro del Comitato Tecnico-Scientifico di SOS Dislessia e inserito nell’Advisory Board della Consensus Conference per i DSA in adolescenza ed età adulta. Si occupa di Parent Training, trattamento rivolto ai genitori che hanno difficoltà nel rapporto con i figli, e del supporto psicologico alla persona e alla coppia.

Potremmo considerare l’umore come una “linea emotiva fluttuante” che in condizioni di normalità si colloca in posizione neutra. la maggior parte degli individui che non sono esposti a condizioni sollecitanti, di stress o di euforia, mantiene un umore tendenzialmente neutro. Quando invece si sperimenta una condizione sollecitante, positiva o negativa che sia, l’umore tende a fluttuare, spostandosi in misura congruente all’intensità della sollecitazione emotiva sperimentata. 

Per fare un esempio, se ricevessimo un regalo inaspettato e piacevole da una persona cara, il nostro indice immaginario del’umore si sposterebbe verso l’alto, migliorando sensibilmente. Tuttavia, dopo un certo periodo di tempo (generalmente  qualche ora), la linea fluttuante dell’umore tornerebbe nuovamente nella posizione neutra iniziale. Allo stesso modo, se scoprissimo di aver forato la gomma dell’auto che stiamo guidando, il nostro umore peggiorerebbe nettamente e rapidamente. Anche in questo caso, come nel caso precedente, dopo un po’ di tempo (dopo aver sostituito la gomma forata), la linea fluttuante dell’umore tornerebbe nuovamente alla posizione neutra iniziale. Va precisato che la fluttuazione dell’umore è sempre commisurata all’entità della sollecitazione emotiva. Se, ad esempio, diversamente dall’esempio precedente, scoprissimo di essere stati derubati dentro casa, il nostro umore fluttuerebbe più incisivamente verso il basso, e il tempo necessario per raggiungere la condizione neutra sarebbe certamente maggiore (alcuni giorni ).

Il disturbo dell’umore, pertanto, può essere considerato come una disfunzione di questa fisiologica fluttuazione, e si caratterizza, per durata e intensità troppo elevata rispetto alle sollecitazioni emotive (ad esempio una gomma forata potrebbe rappresentare un ostacolo insormontabile, oppure ricevere un regalo inaspettato potrebbe tradursi in una di gioia incontenibile). Altra caratteristica tipica del disturbo dell’umore è la tendenza al variare ciclicamente senza apparenti spiegazioni: momenti alternati di euforia a periodi più o meno lunghi di depressione. In tal caso assistiamo a una fluttuazione oscillante a due poli (disturbo bipolare dell’umore). In altri i casi, invece, l’umore tende a stabilizzarsi prevalentemente verso il basso (disturbo monopolare dell’umore) ad esempio a causa di un evento scatenante che ha contrassegnato negativamente la vita dell’individuo (depressione maggiore) o di una condizione stabile e continuativa che accompagna la persona per lunghi periodi della sua vita (depressione distimica). In generale, quindi, possiamo considerare il disturbo dell’umore come il mancato o improprio funzionamento dell'”omeostasi umorale” o, in altre parole, la difficoltà a raggiungere e mantenere, in assenza di sollecitazioni specifiche, la condizione di “neutro emotivo”.

Cit. M. Ciuffo

Diversamente da ciò che comunemente si crede, l’ansia è una funzione evolutiva positiva capace di migliorare l’attenzione e convogliare le risorse cognitive su di un compito specifico o nei confronti di una condizione ambientale particolare. Pertanto l’ansia, in condizioni normali, è uno stato emotivo capace di  regolare proficuamente il nostro comportamento. In alcuni soggetti, purtroppo, l’ansia si manifesta in modo pervasivo e incontrollato,  fino diventare fortemente interferente nella vita quotidiana e impedendoci di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati. Spesso è associata a tachicardia, rossore nel viso e sul decolté, respiro corto, tremore digitale, secchezza delle fauci, sudorazione fredda, disfluenza del linguaggio, fame d’aria. 

Sono stati descritti diversi tipi di ansia, in funzione dei vari approcci terapeutici e dei vari manuali classificatori di riferimento. Tra questi si evidenziano: ansia generalizzata, ansia da prestazione, ansia da separazione, ansia sociale, ansia specifica, disturbo di panico, ansia post-traumatica da stress e ansia acuta da stress. Indipendentemente dalla classificazione, è necessario individuare le caratteristiche con le quali questa si manifesta, la sua durata, la sua pervasività e la sua intensità, al fine di tracciare un possibile percorso di consapevolezza e di individuare  tecniche specifiche per il suo contenimento.

Cit. M. Ciuffo

In italiano parent training significa letteralmente allenamento dei genitori, e in effetti, per quanto la traduzione possa sembrare semplicistica e banale, si tratta proprio di una sorta di formazione pratica che mira a fornire gli strumenti giusti per gestire situazioni familiari complesse e difficili. Potremmo quindi rendere meglio l’idea parlando più semplicemente di ‘consulenza genitoriale’, ovvero di un percorso attraverso il quale insegnare ai genitori le modalità più idonee per gestire al meglio il processo educativo e/o riabilitativo dei propri figli. L’obiettivo dell’attività consulenziale è fornire le conoscenze, le abilità e gli strumenti necessari per risolvere situazioni familiari problematiche e per correggere eventuali comportamenti errati messi in atto inconsapevolmente dai genitori. L’attività mira, in altre parole, a potenziare le risorse individuali, genitoriali ma anche dei figli.

Cosa sono.

Si tratta di condizioni caratterizzate da difficoltà di attenzione che si possono manifestare in diversi modi e possono presentarsi a qualsiasi età. L’elemento comune è ovviamente il deficit attentivo, definizione comunque molto vaga perché i tipi di attenzione sono molteplici e le loro diverse alterazioni comportano diversi segni. Il disturbo più famoso in questo ambito è senza dubbio l’ADHD (disturbo da deficit attentivo con iperattività), sebbene una compromissione dell’attenzione sia tra i problemi più frequenti anche in persone con lesione cerebrale (conseguente solitamente a trauma cranico o ictus). Nei bambini bisogna sempre distinguere queste condizioni dalla normale vivacità. Chi presenta questo tipo di problemi può manifestarlo in diversi modi:

  •  scarsa cura ai dettagli ed errori (a scuola o a lavoro) dovuti a disattenzione;
  •  poca attenzione nei compiti o anche nei giochi;
  •  tendenza a non seguire le istruzioni o a non terminare le proprie attività (scolastiche, lavorative o domestiche);
  •  evitamento di compiti che richiedono impegno attentivo;
  •  perdita di oggetti necessari per le proprie attività;
  •  difficoltà a rimanere fermo, anche in situazioni in cui ci si attende che stia tranquillo;
  •  tendenza a correre e arrampicarsi (soprattutto nei bambini) in contesti inappropriati;
  •  logorrea;
  • impulsività (risposte precipitose senza lasciar terminare le domande, difficoltà ad attendere il proprio turno, interruzione degli altrui discorsi e comportamento invadente). 

Nei bambini queste difficoltà molto spesso portano a scarso rendimento scolastico, peggioramento delle relazioni con i coetanei, rimproveri da parte degli adulti, senso di inadeguatezza, ansia e demoralizzazione, che a loro volta accentuano i problemi di base. Quanto appena detto di solito persiste in adolescenza e in età adulta anche se le manifestazioni si modificano: all’iperattività si sostituisce un senso interiore di agitazione e l’inattenzione si evidenzia con scarsa organizzazione delle proprie attività che si traducono in una scadente resa scolastica, lavorativa e sociale.

Come si diagnosticano.

I deficit attentitivi si evidenziano spesso durante una valutazione condotta da uno psicologo e/o da un neuropsichiatra infantile (affiancati spesso da altre figure specializzate in queste problematiche). L’iter diagnostico prevede di solito la raccolta di informazioni da diverse fonti (come genitori, insegnanti e il paziente stesso) con interviste semistrutturate e/o questionari, colloqui con paziente e familiari e una valutazione testistica approfondita (vedi qui un elenco di test attentivi) per conoscere le difficoltà e i punti di forza della persona in questione.

Come si trattano. 

Alla fine del percorso diagnostico si possono mettere in atto specifici interventi personalizzati in base al profilo del paziente, come ad esempio, il parent training, il training cognitivo, la psicoterapia (quando opportuna) e, nei casi in cui sia stata posta diagnosi di ADHD particolarmente severa, la terapia farmacologica (soprattutto quando gli altri approcci non hanno dato i risultati sperati). In ambito scolastico lo studente con disturbo dell’attenzione può usufruire, a seconda del caso, della normativa BES del 2012 (con le relative personalizzazioni del piano didattico) o della legge 104 del 1992.

L’ADHD
è un disturbo del comportamento caratterizzato da sintomi di inattenzione e/o impulsività e iperattività che impattano negativamente su comportamento e performance in molti contesti, sia a scuola che a casa (APA, 1994). Nell’80% degli individui i sintomi persistono in adolescenza e in età adulta comportando importanti effetti se non accuratamente gestiti (Faraone et al., 2003). È emerso infatti come questo disturbo aumenti il rischio di basso livello socio occupazionale, scarse relazioni interpersonali, abuso di sostanze e atti violenti (Biederman et al., 1997). I familiari del bambino affetto da tale patologia spesso presentano problemi associati che possono essere rappresentati ad esempio da aumentati livelli di stress, depressione e disaccordi coniugali (Mash, & Johnson, 1993; Murphy, & Barkley, 1996). È importante chiarire che non si tratta di verità assolute ma solo di possibili rischi, cioè sarebbe un grave errore fare un’associazione automatica fra una diagnosi di ADHD e i problemi appena esposti. I bambini che presentano questo disturbo vengono solitamente descritti altamente distraibili, senza voglia di prender parte a compiti cognitivamente impegnativi, facilmente annoiabili, con scarsa cura dei dettagli, propensi a perdere gli oggetti, poco inclini a completare i compiti a casa, lenti a comprendere e a eseguire le istruzioni. Sono poco capaci di stare fermi, come se fossero attivati da un motorino, appaiono impazienti, con scarso controllo degli impulsi. Ognuno di questi sintomi può essere presente nella gamma di comportamenti di gran parte dei bambini, ma in alcuni casi viene definito come un disturbo, cioè quando tutto ciò causa un’interferenza significativa nelle attività quotidiane. Come per la maggior parte dei casi, le categorie diagnostiche in ambito psicologico indicano delle macroaree che racchiudono persone con profili fra loro assai diversi. L’ADHD non fa eccezione. Nel caso specifico, gran parte delle differenze possono dipendere da variabilità del quoziente intellettivo, grado di compromissione dell’attenzione e delle funzioni esecutive (soprattutto per quanto riguarda le loro sottocomponenti) e altre condizioni che spesso si associano al disturbo ipercinetico (per esempio, disturbo oppositivo provocatorio, disturbi della condotta, disturbi d’ansia e disturbi dell’umore, dislessia, discalculia, disgrafia, disortografia e, meno frequentemente, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo da tic e disturbo bipolare) (AAP, 2000; Rader et al., 2009). Valutare queste abilità nello specifico permette di tarare un trattamento nel modo più accurato possibile.

Cit. I. Anemone

La diagnosi di Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP) si applica a bambini che esibiscono livelli di rabbia persistente ed evolutivamente inappropriata, irritabilità, comportamenti provocatori ed oppositività, che causano menomazioni nell’adattamento e nella funzionalità socialeUn bambino al quale viene posta questa diagnosi, deve mostrare tali sintomi in maniera persistente per almeno 6 mesi e i sintomi devono causare menomazione nel funzionamento personale e sociale. Una storia precoce di DOP è spesso presente in bambini che vengono successivamente diagnosticati come Disturbo della Condotta (DC). Il DOP emerge solitamente in maniera più precoce (di solito intorno ai 6 anni) rispetto al DC (età di esordio intorno ai 9 anni). Ad ogni modo, molti bambini vengono diagnosticati come DOP in età preadolescenziale.

Sintomi del Disturbo Oppositivo Provocatorio

A – Una modalità di comportamento negativistico, ostile e provocatorio che dura da almeno 6 mesi, durante i quali sono stati presenti 4 (o più) dei seguenti criteri:

  • spesso va in collera;
  • spesso litiga con gli adulti;
  • spesso sfida attivamente o si rifiuta di rispettare le richieste o regole degli adulti;
  • spesso irrita deliberatamente le persone;
  • spesso accusa gli altri per i propri errori o il proprio cattivo comportamento;
  • è spesso suscettibile o facilmente irritato dagli altri;
  • è spesso arrabbiato e rancoroso;
  • è spesso dispettoso e vendicativo.

B – L’anomalia del comportamento causa compromissione clinicamente significativa del funzionamento sociale, scolastico o lavorativo.

C -I comportamenti non si manifestano esclusivamente durante il decorso di un Disturbo Psicotico o di un Disturbo dell’Umore.

D – Non sono soddisfatti i criteri per il Disturbo della Condotta, e, se il soggetto ha 18 anni o più, non risultano soddisfatti i criteri per il Disturbo Antisociale di Personalità.

Fattori di rischio

I fattori di rischio che favoriscono l’insorgenza del DOP e che aumentano la possibilità di comportamento dirompente sono:

  • Essere abusato o trascurato.
  • Ricevere una disciplina particolarmente severa o inconsistente.
  • Avere mancanza di supervisione.
  • Avere genitori con una storia di ADHD, disturbo oppositivo provocatorio o problemi di comportamento.
  • Vivere una condizione di instabilità familiare.
  • Vivere cambiamenti stressanti che inficiano il senso di coerenza di un bambino.

Terapia

L’intervento cognitivo-comportamentale per i bambini e gli adolescenti con problemi di condotta e di aggressività è basato su un modello socio-cognitivo scientificamente fondato, relativo alle modalità di elicitazione della rabbia nei bambini con PAC ed ai processi attraverso i quali questa sfocia in risposte aggressive. Nel modello in questione si opera una distinzione tra i deficit cognitivi, che si riferiscono ad inabilità in specifiche attività cognitive, e le distorsioni cognitive, che si riferiscono, invece, alle percezioni erronee e/o disfunzionali dei soggetti con problemi di aggressività. Tale modello socio-cognitivo rende evidente il fatto che, quando il bambino incontra uno stimolo potenzialmente attivante la rabbia, sono soprattutto i processi di percezione e di valutazione che questi compie ad influenzare le sue reazioni emozionali e fisiologiche, piuttosto che l’evento in quanto tale. Queste percezioni e valutazioni possono essere accurate o inaccurate e, in larga parte, sono influenzate dalle iniziali aspettative del soggetto, che filtrano la percezione della situazione e orientano l’attenzione selettiva a specifici aspetti, o stimoli, dell’evento attivante. Se il bambino ha interpretato l’evento come minaccioso, provocatorio o frustrante, egli sperimenterà un’attivazione neurovegetativa intensa e successivamente ingaggerà in un set di attività cognitive, dirette a decidere circa un opportuno corso di azione per rispondere all’evento stesso, altamente influenzate dalla valutazione iniziale e dal relativo arousal.

L’arousal interno, infatti, ha un’interazione reciproca con i processi di valutazione del bambino, dal momento che egli deve interpretare ed etichettare le connotazioni emotive di tale attivazione neurovegetativa e, inoltre, a causa del fatto che l’accresciuta attivazione emotiva focalizza l’attenzione del bambino soprattutto sugli stimoli associati con possibili minacce, egli tenderà molto frequentemente a sentirsi arrabbiato. Questi tre insiemi di attività interne – (1) percezione e valutazione, (2) attivazione neurovegetativa e (3) problem-solving interpersonale – contribuiscono alle risposte comportamentali del bambino e alle successive conseguenze che egli elicita da parte dei coetanei e degli adulti e che sperimenta internamente come auto-valutazioni. Le reazioni da parte delle altre persone possono poi diventare degli eventi stimolo, che danno vita ad un nuovo ciclo, attraverso circuiti di feedback, diventando ricorrenti unità comportamentali, collegate tra loro. Non di rado può essere utile concentrare l’attenzione sulle cognizioni dei genitori e degli insegnanti piuttosto che su quelle dei bambini. In generale, i genitori possono fare attribuzioni pessimistiche riguardo al locus of control del problema, la sua stabilità e la sua possibile risoluzione. Per esempio, le madri di bambini con problemi comportamentali tendono a credere che la causa (e di conseguenza la soluzione) delle difficoltà del figlio riguardi il bambino e non il genitore o l’interazione tra l’uno e l’altro. Le attribuzioni materne, infatti, tendono a focalizzarsi su caratteristiche stabili e disposizionali del bambino, come spiegazione primaria delle sue difficoltà. Le madri potrebbero pensare, per esempio, (a) che i loro bambini siano responsabili dei loro comportamenti; (b) che il bambino intenzionalmente si comporti male manifestando rabbia o ripicche/dispetti nei confronti dei genitori e (c) che i problemi del bambino siano relativamente non modificabili o incontrollabili. In altre parole, i genitori dei bambini con tali problemi potrebbero non accettare facilmente la premessa che le loro pratiche genitoriali abbiano giocato un ruolo importante nello sviluppo dei problemi o che possano essere usate per modificare l’attuale situazioneInoltre, alcuni genitori non si sentono competenti o capaci di fronteggiare il comportamento del bambino e sperano che il terapeuta si assuma la piena responsabilità di aiutare il figlio. In altri casi, alcuni genitori ritengono che i problemi del bambino siano totalmente causati da loro, perché non sono bravi genitori. Le attribuzioni genitoriali negative e pessimistiche sono da tenere in debito conto, dal momento che, non solo generano stati emotivi negativi nei genitori (per esempio rabbia e frustrazione), ma li inducono anche ad assumere delle pratiche disciplinari fallimentari o peggiorative. Insieme all’aiuto del terapeuta si possono imparare delle tecniche comportamentali per aiutare sia il bambino che i genitori a mitigare gli atteggiamenti e riconoscere ed arrestare i circoli viziosi che portano alla persistenza del problema.

Cit. apc-spc

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni.
Un’ossessione è un pensiero (la paura di una fuga di gas che faccia esplodere l’intero palazzo), un’immagine (una scena violenta vista al cinema), un ricordo che si intromette nella mente di una persona contro la sua volontà, producendo uno stato  d’ansia.
Una compulsione è un comportamento ripetitivo (lavarsi le mani o verificare di aver chiuso il gas un certo numero di volte) o un atto mentale (pregare o ripetere mentalmente alcune parole) che la persona si sente obbligata ad eseguire secondo rigide regole, che essa stessa decide, per ridurre l’ansia o per prevenire un evento temuto.
La maggior parte delle persone si rende conto che il contenuto dei pensieri ossessivi è assurdo o quanto meno esagerato e che non c’è alcun collegamento tra la compulsione e ciò che dovrebbe neutralizzare.

Quanto è frequente
Si stima che circa il 2-3% della popolazione è affetta da DOC, il che significa che in Italia 1- 1,5 milioni di  persone soffrirebbero di questo disturbo. Non c’è una differente distribuzione in base al sesso. L’esordio si verifica di solito in età giovanile, ma spesso i primi segnali compaiono già nell’infanzia o nell’adolescenza.

Le ossessioni più frequenti riguardano la paura dello sporco (escrementi, liquido seminale), delle malattie contagiose (aids, epatite virale) e della contaminazione (insetticidi, veleni, radiazioni).
Nel tentativo di contrastare queste paure vengono eseguiti rituali (cioè comportamenti compulsivi) che riguardano la pulizia della persona (lavaggio delle mani protratto talvolta fino al sanguinamento) e dell’ambiente (disinfezione degli oggetti, delle stoviglie, della casa ripetuta più volte utilizzando alcol o potenti disinfettanti). I comportamenti di evitamento consistono nel tentativo di non entrare in contatto con tutto ciò che potrebbe essere “contaminato” (bagni pubblici, maniglie delle porte, denaro) o “infetto” (animali, persone ammalate o che hanno avuto contatti con ospedali o cimiteri) e possono essere tanto estesi da non consentire l’allontanamento dalla propria abitazione. Nei casi più gravi questa diventa l’unico “posto sicuro” e chiunque entri, essendo considerato una possibile fonte di contaminazione, si deve sottoporre a un rigido programma di pulizia.

Comuni sono anche le ossessioni a contenuto aggressivo verso se stessi (ferirsi involontariamente) o verso gli altri (aver provocato involontariamente incidenti) con necessità di controllarsi allo specchio, per verificare di non essere ferito, o di telefonare alla Polizia, per accertarsi che non si sia verificato un incidente sul tragitto appena percorso.
Talvolta le ossessioni riguardano la possibilità di perdere il controllo e mettere in atto comportamenti auto-aggressivi (suicidarsi) o etero-aggressivi (uccidere un bambino) per difendersi dai quali il soggetto tende a nascondere tutti gli oggetti potenzialmente pericolosi (coltelli) e ad evitare le situazioni “a rischio” (avvicinarsi alla finestra, rimane da solo con un bambino).

Ulteriori temi ossessivi sono: la corretta esecuzione di normali attività con necessità di verifiche ripetute (aver chiuso il gas o la porta di casa) che possono protrarsi anche per ore, i numeri (targhe automobilistiche) seguiti da rituali numerici (eseguire complicate operazioni con i numeri di targa della prima automobile incontrata uscendo da casa), l’ordine (avere tutti i libri disposti in base all’altezza) con necessità di disporre gli oggetti secondo precise regole, la sessualità (avere impulsi incestuosi), la religione (bestemmiare in chiesa) o le riflessioni esistenziali (lunghe e inconcludenti riflessioni sul perché della vita).

Cit. A. Tundo

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) o disturbi dell’alimentazione sono patologie caratterizzate da una alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo. Insorgono prevalentemente durante l’adolescenza e colpiscono soprattutto il sesso femminile. I comportamenti tipici di un disturbo dell’alimentazione sono: la diminuzione dell’introito di cibo, il digiuno, le crisi bulimiche (ingerire una notevole quantità di cibo in un breve lasso di tempo), il vomito per controllare il peso, l’uso di anoressizzanti, lassativi o diuretici allo scopo di controllare il peso, un’intensa attività fisica. Alcune persone possono ricorrere ad uno o più di questi comportamenti, ma ciò non vuol dire necessariamente che esse soffrano di un disturbo dell’alimentazione. Ci sono infatti dei criteri diagnostici ben precisi che chiariscono cosa debba intendersi come patologico e cosa invece non lo è.

I principali disturbi dell’alimentazione sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione incontrollata (o binge eating disorder, BED); i manuali diagnostici, inoltre, descrivono anche altri disturbi correlati, come i disturbi della nutrizione (feeding disorders) e i disturbi alimentari sottosoglia, categoria utilizzata per descrivere quei pazienti che pur avendo un disturbo alimentare clinicamente significativo, non soddisfano i criteri per una diagnosi piena.

Soffrire di un disturbo dell’alimentazione sconvolge la vita di una persona e ne limita le sue capacità relazionali, lavorative e sociali. Per la persona che soffre di una disturbo dell’alimentazione tutto ruota attorno al cibo e alla paura di ingrassare. Cose che prima sembravano banali ora diventano difficili e motivo di ansia, come andare in pizzeria o al ristorante con gli amici, partecipare ad un compleanno o ad un matrimonio. Spesso i pensieri sul cibo assillano la persona anche quando non è a tavola, ad esempio a scuola o sul lavoro; terminare un compito può diventare molto difficile perché nella testa sembra che ci sia posto solo per i pensieri su cosa si “deve” mangiare, sulla paura di ingrassare o di avere una crisi bulimica.

Solo una piccola percentuale di persone che soffrono di un disturbo dell’alimentazione chiedono aiuto. Nell’anoressia nervosa questo può avvenire perché la persona all’inizio non sempre si rende conto di avere un problema. Anzi, all’inizio, la perdita di peso può far sentire la persona meglio, più magra, più bella e più sicura di sé. A volte le persone ricevono complimenti durante la loro iniziale perdita di peso e questo può rinforzare la sensazione di stare facendo la cosa giusta. Quando le cose invece cominciano a preoccupare, perché la perdita di peso è eccessiva o comunque comporta un cambiamento importante della persona, molte persone non sanno come affrontare l’argomento. In genere sono i familiari che, per primi, allarmati dall’eccessiva perdita di peso, si rendono conto che qualcosa non va. Anche per loro però non è facile intervenire, soprattutto quando la figlia o il figlio non hanno ancora nessuna consapevolezza del problema e rispondono con frasi come “non ho nessun problema …sto benissimo!”.

Anche chi soffre di bulimia nervosa spesso si rivolge ad un terapeuta solo dopo molti anni da quando il disturbo è cominciato; come nell’anoressia, inizialmente non si ha una piena consapevolezza di avere una malattia, ma soprattutto un forte senso di vergogna e di colpa sembra “impedire” alla persona di chiedere aiuto o semplicemente di confidare a qualcuno di avere questo tipo di problemi. Il fatto di non riconoscere di avere un problema o di usare i sintomi del disturbo alimentare per cercare di risolvere le proprie difficoltà può avere delle importanti conseguenze sulla richiesta di un trattamento.

Una caratteristica quasi sempre presente in chi soffre di un disturbo alimentare è l’alterazione dell’ immagine corporea che può arrivare ad essere un vero e proprio disturbo. La percezione che la persona ha del proprio aspetto ovvero il modo in cui nella sua mente si è formata l’idea del suo corpo e delle sue forme, sembrano influenzare la sua vita più della sua immagine reale. Spesso chi soffre di anoressia non riesce a giudicare il proprio corpo in modo obiettivo; l’immagine che rimanda lo specchio è ai loro occhi quella di una ragazza coi fianchi troppo larghi, con le cosce troppo grosse e con la pancia troppo “grande”. Per le persone che soffrono di bulimia nervosa l’angoscia può essere ancora più forte per il fatto che il fatto di perdere il controllo sul cibo fa percepire il peso corporeo (che molto spesso è normale) come eccessivo. Sia nell’anoressia nervosache nella bulimia nervosa, la valutazione di sé stessi dipende in modo eccessivo dal peso e dalla forma del proprio corpo.

Spesso il disturbo alimentare è associato ad altre patologie psichiatriche, in particolare la depressione, ma anche i disturbi d’ansia, l’abuso di alcool o di sostanze, il disturbo ossessivo-compulsivo e i disturbi di personalità. Possono essere presenti comportamenti autoaggressivi, come atti autolesionistici (ad esempio graffiarsi o tagliarsi fino a procurarsi delle piccole ferite, bruciarsi parti del corpo) e tentativi di suicidio. Questo tipo di disturbi occupano uno spazio molto particolare nell’ambito della psichiatria, poiché oltre a “colpire” la mente e quindi a provocare un’intensa sofferenza psichica, essi coinvolgono anche il corpo con delle complicanze fisiche talvolta molto gravi.

I principali disturbi dell’alimentazione e della nutrizione sono:

  • Anoressia nervosa
  • Bulimia nervosa
  • Disturbo da alimentazione incontrollata
  • Disturbi alimentari sottosoglia
  • Disturbi della nutrizione (feeding disorders)
Cit. rete regionale centri per la cura dei DCA

Spesso la scelta affettiva legata al partner non è così “libera” e casuale come immaginiamo ma risente dei nostri modelli relazionali, cioè di quei legami che abbiamo costruito nella nostra prima relazione significativa, con la cosiddetta “figura di attaccamento”.
Il contributo della teoria dell’attaccamento (J. Bowlby) ci ha consentito di capire quanto i primi legami affettivi della nostra vita, (i modelli di attaccamento) si possano ripercuotere nella scelta del partner. Anche l’amore romantico ha a che fare con il nostro bisogno di avere qualcuno con cui sentirci al sicuro e con cui avere un conforto emotivo affidabile. Cerchiamo connessione, protezione, qualcuno a cui affidarci. Abbiamo bisogno di sentirci accettati e rassicurati dalla persona amata. E corriamo dei rischi per farlo.

cit. F. Orazi

Potremmo considerare l'umore come una "linea emotiva fluttuante" che in condizioni di normalità si colloca in posizione neutra. la maggior parte degli individui che non sono esposti a condizioni sollecitanti, di stress o di euforia, mantiene un umore tendenzialmente neutro. Quando invece si sperimenta una condizione sollecitante, positiva o negativa che sia, l'umore tende a fluttuare, spostandosi in misura congruente all'intensità della sollecitazione emotiva sperimentata. 

Per fare un esempio, se ricevessimo un regalo inaspettato e piacevole da una persona cara, il nostro indice immaginario del'umore si sposterebbe verso l'alto, migliorando sensibilmente. Tuttavia, dopo un certo periodo di tempo (generalmente  qualche ora), la linea fluttuante dell'umore tornerebbe nuovamente nella posizione neutra iniziale. Allo stesso modo, se scoprissimo di aver forato la gomma dell'auto che stiamo guidando, il nostro umore peggiorerebbe nettamente e rapidamente. Anche in questo caso, come nel caso precedente, dopo un po' di tempo (dopo aver sostituito la gomma forata), la linea fluttuante dell'umore tornerebbe nuovamente alla posizione neutra iniziale. Va precisato che la fluttuazione dell'umore è sempre commisurata all'entità della sollecitazione emotiva. Se, ad esempio, diversamente dall'esempio precedente, scoprissimo di essere stati derubati dentro casa, il nostro umore fluttuerebbe più incisivamente verso il basso, e il tempo necessario per raggiungere la condizione neutra sarebbe certamente maggiore (alcuni giorni ).

Il disturbo dell'umore, pertanto, può essere considerato come una disfunzione di questa fisiologica fluttuazione, e si caratterizza, per durata e intensità troppo elevata rispetto alle sollecitazioni emotive (ad esempio una gomma forata potrebbe rappresentare un ostacolo insormontabile, oppure ricevere un regalo inaspettato potrebbe tradursi in una di gioia incontenibile). Altra caratteristica tipica del disturbo dell'umore è la tendenza al variare ciclicamente senza apparenti spiegazioni: momenti alternati di euforia a periodi più o meno lunghi di depressione. In tal caso assistiamo a una fluttuazione oscillante a due poli (disturbo bipolare dell'umore). In altri i casi, invece, l'umore tende a stabilizzarsi prevalentemente verso il basso (disturbo monopolare dell'umore) ad esempio a causa di un evento scatenante che ha contrassegnato negativamente la vita dell'individuo (depressione maggiore) o di una condizione stabile e continuativa che accompagna la persona per lunghi periodi della sua vita (depressione distimica). In generale, quindi, possiamo considerare il disturbo dell'umore come il mancato o improprio funzionamento dell'"omeostasi umorale" o, in altre parole, la difficoltà a raggiungere e mantenere, in assenza di sollecitazioni specifiche, la condizione di "neutro emotivo".

Cit. M. Ciuffo

Diversamente da ciò che comunemente si crede, l'ansia è una funzione evolutiva positiva capace di migliorare l'attenzione e convogliare le risorse cognitive su di un compito specifico o nei confronti di una condizione ambientale particolare. Pertanto l'ansia, in condizioni normali, è uno stato emotivo capace di  regolare proficuamente il nostro comportamento. In alcuni soggetti, purtroppo, l'ansia si manifesta in modo pervasivo e incontrollato,  fino diventare fortemente interferente nella vita quotidiana e impedendoci di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati. Spesso è associata a tachicardia, rossore nel viso e sul decolté, respiro corto, tremore digitale, secchezza delle fauci, sudorazione fredda, disfluenza del linguaggio, fame d'aria. 

Sono stati descritti diversi tipi di ansia, in funzione dei vari approcci terapeutici e dei vari manuali classificatori di riferimento. Tra questi si evidenziano: ansia generalizzata, ansia da prestazione, ansia da separazione, ansia sociale, ansia specifica, disturbo di panico, ansia post-traumatica da stress e ansia acuta da stress. Indipendentemente dalla classificazione, è necessario individuare le caratteristiche con le quali questa si manifesta, la sua durata, la sua pervasività e la sua intensità, al fine di tracciare un possibile percorso di consapevolezza e di individuare  tecniche specifiche per il suo contenimento.

Cit. M. Ciuffo

In italiano parent training significa letteralmente allenamento dei genitori, e in effetti, per quanto la traduzione possa sembrare semplicistica e banale, si tratta proprio di una sorta di formazione pratica che mira a fornire gli strumenti giusti per gestire situazioni familiari complesse e difficili. Potremmo quindi rendere meglio l’idea parlando più semplicemente di ‘consulenza genitoriale’, ovvero di un percorso attraverso il quale insegnare ai genitori le modalità più idonee per gestire al meglio il processo educativo e/o riabilitativo dei propri figli. L’obiettivo dell’attività consulenziale è fornire le conoscenze, le abilità e gli strumenti necessari per risolvere situazioni familiari problematiche e per correggere eventuali comportamenti errati messi in atto inconsapevolmente dai genitori. L’attività mira, in altre parole, a potenziare le risorse individuali, genitoriali ma anche dei figli.

Cosa sono.

Si tratta di condizioni caratterizzate da difficoltà di attenzione che si possono manifestare in diversi modi e possono presentarsi a qualsiasi età. L’elemento comune è ovviamente il deficit attentivo, definizione comunque molto vaga perché i tipi di attenzione sono molteplici e le loro diverse alterazioni comportano diversi segni. Il disturbo più famoso in questo ambito è senza dubbio l’ADHD (disturbo da deficit attentivo con iperattività), sebbene una compromissione dell’attenzione sia tra i problemi più frequenti anche in persone con lesione cerebrale (conseguente solitamente a trauma cranico o ictus). Nei bambini bisogna sempre distinguere queste condizioni dalla normale vivacità. Chi presenta questo tipo di problemi può manifestarlo in diversi modi:

  •  scarsa cura ai dettagli ed errori (a scuola o a lavoro) dovuti a disattenzione;
  •  poca attenzione nei compiti o anche nei giochi;
  •  tendenza a non seguire le istruzioni o a non terminare le proprie attività (scolastiche, lavorative o domestiche);
  •  evitamento di compiti che richiedono impegno attentivo;
  •  perdita di oggetti necessari per le proprie attività;
  •  difficoltà a rimanere fermo, anche in situazioni in cui ci si attende che stia tranquillo;
  •  tendenza a correre e arrampicarsi (soprattutto nei bambini) in contesti inappropriati;
  •  logorrea;
  • impulsività (risposte precipitose senza lasciar terminare le domande, difficoltà ad attendere il proprio turno, interruzione degli altrui discorsi e comportamento invadente). 

Nei bambini queste difficoltà molto spesso portano a scarso rendimento scolastico, peggioramento delle relazioni con i coetanei, rimproveri da parte degli adulti, senso di inadeguatezza, ansia e demoralizzazione, che a loro volta accentuano i problemi di base. Quanto appena detto di solito persiste in adolescenza e in età adulta anche se le manifestazioni si modificano: all’iperattività si sostituisce un senso interiore di agitazione e l’inattenzione si evidenzia con scarsa organizzazione delle proprie attività che si traducono in una scadente resa scolastica, lavorativa e sociale.

Come si diagnosticano.

I deficit attentitivi si evidenziano spesso durante una valutazione condotta da uno psicologo e/o da un neuropsichiatra infantile (affiancati spesso da altre figure specializzate in queste problematiche). L’iter diagnostico prevede di solito la raccolta di informazioni da diverse fonti (come genitori, insegnanti e il paziente stesso) con interviste semistrutturate e/o questionari, colloqui con paziente e familiari e una valutazione testistica approfondita (vedi qui un elenco di test attentivi) per conoscere le difficoltà e i punti di forza della persona in questione.

Come si trattano. 

Alla fine del percorso diagnostico si possono mettere in atto specifici interventi personalizzati in base al profilo del paziente, come ad esempio, il parent training, il training cognitivo, la psicoterapia (quando opportuna) e, nei casi in cui sia stata posta diagnosi di ADHD particolarmente severa, la terapia farmacologica (soprattutto quando gli altri approcci non hanno dato i risultati sperati). In ambito scolastico lo studente con disturbo dell’attenzione può usufruire, a seconda del caso, della normativa BES del 2012 (con le relative personalizzazioni del piano didattico) o della legge 104 del 1992.

L’ADHD
è un disturbo del comportamento caratterizzato da sintomi di inattenzione e/o impulsività e iperattività che impattano negativamente su comportamento e performance in molti contesti, sia a scuola che a casa (APA, 1994). Nell’80% degli individui i sintomi persistono in adolescenza e in età adulta comportando importanti effetti se non accuratamente gestiti (Faraone et al., 2003). È emerso infatti come questo disturbo aumenti il rischio di basso livello socio occupazionale, scarse relazioni interpersonali, abuso di sostanze e atti violenti (Biederman et al., 1997). I familiari del bambino affetto da tale patologia spesso presentano problemi associati che possono essere rappresentati ad esempio da aumentati livelli di stress, depressione e disaccordi coniugali (Mash, & Johnson, 1993; Murphy, & Barkley, 1996). È importante chiarire che non si tratta di verità assolute ma solo di possibili rischi, cioè sarebbe un grave errore fare un’associazione automatica fra una diagnosi di ADHD e i problemi appena esposti. I bambini che presentano questo disturbo vengono solitamente descritti altamente distraibili, senza voglia di prender parte a compiti cognitivamente impegnativi, facilmente annoiabili, con scarsa cura dei dettagli, propensi a perdere gli oggetti, poco inclini a completare i compiti a casa, lenti a comprendere e a eseguire le istruzioni. Sono poco capaci di stare fermi, come se fossero attivati da un motorino, appaiono impazienti, con scarso controllo degli impulsi. Ognuno di questi sintomi può essere presente nella gamma di comportamenti di gran parte dei bambini, ma in alcuni casi viene definito come un disturbo, cioè quando tutto ciò causa un’interferenza significativa nelle attività quotidiane. Come per la maggior parte dei casi, le categorie diagnostiche in ambito psicologico indicano delle macroaree che racchiudono persone con profili fra loro assai diversi. L’ADHD non fa eccezione. Nel caso specifico, gran parte delle differenze possono dipendere da variabilità del quoziente intellettivo, grado di compromissione dell’attenzione e delle funzioni esecutive (soprattutto per quanto riguarda le loro sottocomponenti) e altre condizioni che spesso si associano al disturbo ipercinetico (per esempio, disturbo oppositivo provocatorio, disturbi della condotta, disturbi d’ansia e disturbi dell’umore, dislessia, discalculia, disgrafia, disortografia e, meno frequentemente, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo da tic e disturbo bipolare) (AAP, 2000; Rader et al., 2009). Valutare queste abilità nello specifico permette di tarare un trattamento nel modo più accurato possibile.

Cit. I. Anemone

La diagnosi di Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP) si applica a bambini che esibiscono livelli di rabbia persistente ed evolutivamente inappropriata, irritabilità, comportamenti provocatori ed oppositività, che causano menomazioni nell’adattamento e nella funzionalità socialeUn bambino al quale viene posta questa diagnosi, deve mostrare tali sintomi in maniera persistente per almeno 6 mesi e i sintomi devono causare menomazione nel funzionamento personale e sociale. Una storia precoce di DOP è spesso presente in bambini che vengono successivamente diagnosticati come Disturbo della Condotta (DC). Il DOP emerge solitamente in maniera più precoce (di solito intorno ai 6 anni) rispetto al DC (età di esordio intorno ai 9 anni). Ad ogni modo, molti bambini vengono diagnosticati come DOP in età preadolescenziale.

Sintomi del Disturbo Oppositivo Provocatorio

A – Una modalità di comportamento negativistico, ostile e provocatorio che dura da almeno 6 mesi, durante i quali sono stati presenti 4 (o più) dei seguenti criteri:

  • spesso va in collera;
  • spesso litiga con gli adulti;
  • spesso sfida attivamente o si rifiuta di rispettare le richieste o regole degli adulti;
  • spesso irrita deliberatamente le persone;
  • spesso accusa gli altri per i propri errori o il proprio cattivo comportamento;
  • è spesso suscettibile o facilmente irritato dagli altri;
  • è spesso arrabbiato e rancoroso;
  • è spesso dispettoso e vendicativo.

B – L’anomalia del comportamento causa compromissione clinicamente significativa del funzionamento sociale, scolastico o lavorativo.

C -I comportamenti non si manifestano esclusivamente durante il decorso di un Disturbo Psicotico o di un Disturbo dell’Umore.

D – Non sono soddisfatti i criteri per il Disturbo della Condotta, e, se il soggetto ha 18 anni o più, non risultano soddisfatti i criteri per il Disturbo Antisociale di Personalità.

Fattori di rischio

I fattori di rischio che favoriscono l’insorgenza del DOP e che aumentano la possibilità di comportamento dirompente sono:

  • Essere abusato o trascurato.
  • Ricevere una disciplina particolarmente severa o inconsistente.
  • Avere mancanza di supervisione.
  • Avere genitori con una storia di ADHD, disturbo oppositivo provocatorio o problemi di comportamento.
  • Vivere una condizione di instabilità familiare.
  • Vivere cambiamenti stressanti che inficiano il senso di coerenza di un bambino.

Terapia

L’intervento cognitivo-comportamentale per i bambini e gli adolescenti con problemi di condotta e di aggressività è basato su un modello socio-cognitivo scientificamente fondato, relativo alle modalità di elicitazione della rabbia nei bambini con PAC ed ai processi attraverso i quali questa sfocia in risposte aggressive. Nel modello in questione si opera una distinzione tra i deficit cognitivi, che si riferiscono ad inabilità in specifiche attività cognitive, e le distorsioni cognitive, che si riferiscono, invece, alle percezioni erronee e/o disfunzionali dei soggetti con problemi di aggressività. Tale modello socio-cognitivo rende evidente il fatto che, quando il bambino incontra uno stimolo potenzialmente attivante la rabbia, sono soprattutto i processi di percezione e di valutazione che questi compie ad influenzare le sue reazioni emozionali e fisiologiche, piuttosto che l’evento in quanto tale. Queste percezioni e valutazioni possono essere accurate o inaccurate e, in larga parte, sono influenzate dalle iniziali aspettative del soggetto, che filtrano la percezione della situazione e orientano l’attenzione selettiva a specifici aspetti, o stimoli, dell’evento attivante. Se il bambino ha interpretato l’evento come minaccioso, provocatorio o frustrante, egli sperimenterà un’attivazione neurovegetativa intensa e successivamente ingaggerà in un set di attività cognitive, dirette a decidere circa un opportuno corso di azione per rispondere all’evento stesso, altamente influenzate dalla valutazione iniziale e dal relativo arousal.

L’arousal interno, infatti, ha un’interazione reciproca con i processi di valutazione del bambino, dal momento che egli deve interpretare ed etichettare le connotazioni emotive di tale attivazione neurovegetativa e, inoltre, a causa del fatto che l’accresciuta attivazione emotiva focalizza l’attenzione del bambino soprattutto sugli stimoli associati con possibili minacce, egli tenderà molto frequentemente a sentirsi arrabbiato. Questi tre insiemi di attività interne – (1) percezione e valutazione, (2) attivazione neurovegetativa e (3) problem-solving interpersonale – contribuiscono alle risposte comportamentali del bambino e alle successive conseguenze che egli elicita da parte dei coetanei e degli adulti e che sperimenta internamente come auto-valutazioni. Le reazioni da parte delle altre persone possono poi diventare degli eventi stimolo, che danno vita ad un nuovo ciclo, attraverso circuiti di feedback, diventando ricorrenti unità comportamentali, collegate tra loro. Non di rado può essere utile concentrare l’attenzione sulle cognizioni dei genitori e degli insegnanti piuttosto che su quelle dei bambini. In generale, i genitori possono fare attribuzioni pessimistiche riguardo al locus of control del problema, la sua stabilità e la sua possibile risoluzione. Per esempio, le madri di bambini con problemi comportamentali tendono a credere che la causa (e di conseguenza la soluzione) delle difficoltà del figlio riguardi il bambino e non il genitore o l’interazione tra l’uno e l’altro. Le attribuzioni materne, infatti, tendono a focalizzarsi su caratteristiche stabili e disposizionali del bambino, come spiegazione primaria delle sue difficoltà. Le madri potrebbero pensare, per esempio, (a) che i loro bambini siano responsabili dei loro comportamenti; (b) che il bambino intenzionalmente si comporti male manifestando rabbia o ripicche/dispetti nei confronti dei genitori e (c) che i problemi del bambino siano relativamente non modificabili o incontrollabili. In altre parole, i genitori dei bambini con tali problemi potrebbero non accettare facilmente la premessa che le loro pratiche genitoriali abbiano giocato un ruolo importante nello sviluppo dei problemi o che possano essere usate per modificare l’attuale situazioneInoltre, alcuni genitori non si sentono competenti o capaci di fronteggiare il comportamento del bambino e sperano che il terapeuta si assuma la piena responsabilità di aiutare il figlio. In altri casi, alcuni genitori ritengono che i problemi del bambino siano totalmente causati da loro, perché non sono bravi genitori. Le attribuzioni genitoriali negative e pessimistiche sono da tenere in debito conto, dal momento che, non solo generano stati emotivi negativi nei genitori (per esempio rabbia e frustrazione), ma li inducono anche ad assumere delle pratiche disciplinari fallimentari o peggiorative. Insieme all’aiuto del terapeuta si possono imparare delle tecniche comportamentali per aiutare sia il bambino che i genitori a mitigare gli atteggiamenti e riconoscere ed arrestare i circoli viziosi che portano alla persistenza del problema.

Cit. apc-spc

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni.
Un’ossessione è un pensiero (la paura di una fuga di gas che faccia esplodere l’intero palazzo), un’immagine (una scena violenta vista al cinema), un ricordo che si intromette nella mente di una persona contro la sua volontà, producendo uno stato  d’ansia.
Una compulsione è un comportamento ripetitivo (lavarsi le mani o verificare di aver chiuso il gas un certo numero di volte) o un atto mentale (pregare o ripetere mentalmente alcune parole) che la persona si sente obbligata ad eseguire secondo rigide regole, che essa stessa decide, per ridurre l’ansia o per prevenire un evento temuto.
La maggior parte delle persone si rende conto che il contenuto dei pensieri ossessivi è assurdo o quanto meno esagerato e che non c’è alcun collegamento tra la compulsione e ciò che dovrebbe neutralizzare.

Quanto è frequente
Si stima che circa il 2-3% della popolazione è affetta da DOC, il che significa che in Italia 1- 1,5 milioni di  persone soffrirebbero di questo disturbo. Non c’è una differente distribuzione in base al sesso. L’esordio si verifica di solito in età giovanile, ma spesso i primi segnali compaiono già nell’infanzia o nell’adolescenza.

Le ossessioni più frequenti riguardano la paura dello sporco (escrementi, liquido seminale), delle malattie contagiose (aids, epatite virale) e della contaminazione (insetticidi, veleni, radiazioni).
Nel tentativo di contrastare queste paure vengono eseguiti rituali (cioè comportamenti compulsivi) che riguardano la pulizia della persona (lavaggio delle mani protratto talvolta fino al sanguinamento) e dell’ambiente (disinfezione degli oggetti, delle stoviglie, della casa ripetuta più volte utilizzando alcol o potenti disinfettanti). I comportamenti di evitamento consistono nel tentativo di non entrare in contatto con tutto ciò che potrebbe essere “contaminato” (bagni pubblici, maniglie delle porte, denaro) o “infetto” (animali, persone ammalate o che hanno avuto contatti con ospedali o cimiteri) e possono essere tanto estesi da non consentire l’allontanamento dalla propria abitazione. Nei casi più gravi questa diventa l’unico “posto sicuro” e chiunque entri, essendo considerato una possibile fonte di contaminazione, si deve sottoporre a un rigido programma di pulizia.

Comuni sono anche le ossessioni a contenuto aggressivo verso se stessi (ferirsi involontariamente) o verso gli altri (aver provocato involontariamente incidenti) con necessità di controllarsi allo specchio, per verificare di non essere ferito, o di telefonare alla Polizia, per accertarsi che non si sia verificato un incidente sul tragitto appena percorso.
Talvolta le ossessioni riguardano la possibilità di perdere il controllo e mettere in atto comportamenti auto-aggressivi (suicidarsi) o etero-aggressivi (uccidere un bambino) per difendersi dai quali il soggetto tende a nascondere tutti gli oggetti potenzialmente pericolosi (coltelli) e ad evitare le situazioni “a rischio” (avvicinarsi alla finestra, rimane da solo con un bambino).

Ulteriori temi ossessivi sono: la corretta esecuzione di normali attività con necessità di verifiche ripetute (aver chiuso il gas o la porta di casa) che possono protrarsi anche per ore, i numeri (targhe automobilistiche) seguiti da rituali numerici (eseguire complicate operazioni con i numeri di targa della prima automobile incontrata uscendo da casa), l’ordine (avere tutti i libri disposti in base all’altezza) con necessità di disporre gli oggetti secondo precise regole, la sessualità (avere impulsi incestuosi), la religione (bestemmiare in chiesa) o le riflessioni esistenziali (lunghe e inconcludenti riflessioni sul perché della vita).

Cit. A. Tundo

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) o disturbi dell’alimentazione sono patologie caratterizzate da una alterazione delle abitudini alimentari e da un’eccessiva preoccupazione per il peso e per le forme del corpo. Insorgono prevalentemente durante l’adolescenza e colpiscono soprattutto il sesso femminile. I comportamenti tipici di un disturbo dell’alimentazione sono: la diminuzione dell’introito di cibo, il digiuno, le crisi bulimiche (ingerire una notevole quantità di cibo in un breve lasso di tempo), il vomito per controllare il peso, l’uso di anoressizzanti, lassativi o diuretici allo scopo di controllare il peso, un’intensa attività fisica. Alcune persone possono ricorrere ad uno o più di questi comportamenti, ma ciò non vuol dire necessariamente che esse soffrano di un disturbo dell’alimentazione. Ci sono infatti dei criteri diagnostici ben precisi che chiariscono cosa debba intendersi come patologico e cosa invece non lo è.

I principali disturbi dell’alimentazione sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione incontrollata (o binge eating disorder, BED); i manuali diagnostici, inoltre, descrivono anche altri disturbi correlati, come i disturbi della nutrizione (feeding disorders) e i disturbi alimentari sottosoglia, categoria utilizzata per descrivere quei pazienti che pur avendo un disturbo alimentare clinicamente significativo, non soddisfano i criteri per una diagnosi piena.

Soffrire di un disturbo dell’alimentazione sconvolge la vita di una persona e ne limita le sue capacità relazionali, lavorative e sociali. Per la persona che soffre di una disturbo dell’alimentazione tutto ruota attorno al cibo e alla paura di ingrassare. Cose che prima sembravano banali ora diventano difficili e motivo di ansia, come andare in pizzeria o al ristorante con gli amici, partecipare ad un compleanno o ad un matrimonio. Spesso i pensieri sul cibo assillano la persona anche quando non è a tavola, ad esempio a scuola o sul lavoro; terminare un compito può diventare molto difficile perché nella testa sembra che ci sia posto solo per i pensieri su cosa si “deve” mangiare, sulla paura di ingrassare o di avere una crisi bulimica.

Solo una piccola percentuale di persone che soffrono di un disturbo dell’alimentazione chiedono aiuto. Nell’anoressia nervosa questo può avvenire perché la persona all’inizio non sempre si rende conto di avere un problema. Anzi, all’inizio, la perdita di peso può far sentire la persona meglio, più magra, più bella e più sicura di sé. A volte le persone ricevono complimenti durante la loro iniziale perdita di peso e questo può rinforzare la sensazione di stare facendo la cosa giusta. Quando le cose invece cominciano a preoccupare, perché la perdita di peso è eccessiva o comunque comporta un cambiamento importante della persona, molte persone non sanno come affrontare l’argomento. In genere sono i familiari che, per primi, allarmati dall’eccessiva perdita di peso, si rendono conto che qualcosa non va. Anche per loro però non è facile intervenire, soprattutto quando la figlia o il figlio non hanno ancora nessuna consapevolezza del problema e rispondono con frasi come “non ho nessun problema …sto benissimo!”.

Anche chi soffre di bulimia nervosa spesso si rivolge ad un terapeuta solo dopo molti anni da quando il disturbo è cominciato; come nell’anoressia, inizialmente non si ha una piena consapevolezza di avere una malattia, ma soprattutto un forte senso di vergogna e di colpa sembra “impedire” alla persona di chiedere aiuto o semplicemente di confidare a qualcuno di avere questo tipo di problemi. Il fatto di non riconoscere di avere un problema o di usare i sintomi del disturbo alimentare per cercare di risolvere le proprie difficoltà può avere delle importanti conseguenze sulla richiesta di un trattamento.

Una caratteristica quasi sempre presente in chi soffre di un disturbo alimentare è l’alterazione dell’ immagine corporea che può arrivare ad essere un vero e proprio disturbo. La percezione che la persona ha del proprio aspetto ovvero il modo in cui nella sua mente si è formata l’idea del suo corpo e delle sue forme, sembrano influenzare la sua vita più della sua immagine reale. Spesso chi soffre di anoressia non riesce a giudicare il proprio corpo in modo obiettivo; l’immagine che rimanda lo specchio è ai loro occhi quella di una ragazza coi fianchi troppo larghi, con le cosce troppo grosse e con la pancia troppo “grande”. Per le persone che soffrono di bulimia nervosa l’angoscia può essere ancora più forte per il fatto che il fatto di perdere il controllo sul cibo fa percepire il peso corporeo (che molto spesso è normale) come eccessivo. Sia nell’anoressia nervosache nella bulimia nervosa, la valutazione di sé stessi dipende in modo eccessivo dal peso e dalla forma del proprio corpo.

Spesso il disturbo alimentare è associato ad altre patologie psichiatriche, in particolare la depressione, ma anche i disturbi d’ansia, l’abuso di alcool o di sostanze, il disturbo ossessivo-compulsivo e i disturbi di personalità. Possono essere presenti comportamenti autoaggressivi, come atti autolesionistici (ad esempio graffiarsi o tagliarsi fino a procurarsi delle piccole ferite, bruciarsi parti del corpo) e tentativi di suicidio. Questo tipo di disturbi occupano uno spazio molto particolare nell’ambito della psichiatria, poiché oltre a “colpire” la mente e quindi a provocare un’intensa sofferenza psichica, essi coinvolgono anche il corpo con delle complicanze fisiche talvolta molto gravi.

I principali disturbi dell’alimentazione e della nutrizione sono:

  • Anoressia nervosa
  • Bulimia nervosa
  • Disturbo da alimentazione incontrollata
  • Disturbi alimentari sottosoglia
  • Disturbi della nutrizione (feeding disorders)
Cit. rete regionale centri per la cura dei DCA

Spesso la scelta affettiva legata al partner non è così “libera” e casuale come immaginiamo ma risente dei nostri modelli relazionali, cioè di quei legami che abbiamo costruito nella nostra prima relazione significativa, con la cosiddetta “figura di attaccamento”.
Il contributo della teoria dell’attaccamento (J. Bowlby) ci ha consentito di capire quanto i primi legami affettivi della nostra vita, (i modelli di attaccamento) si possano ripercuotere nella scelta del partner. Anche l’amore romantico ha a che fare con il nostro bisogno di avere qualcuno con cui sentirci al sicuro e con cui avere un conforto emotivo affidabile. Cerchiamo connessione, protezione, qualcuno a cui affidarci. Abbiamo bisogno di sentirci accettati e rassicurati dalla persona amata. E corriamo dei rischi per farlo.

cit. F. Orazi

Massimo Ciuffo Psicologo

Massimo Ciuffo

Psicologo (Iscr. Ordine N. 9174-A Reg. Siciliana) e Dottore in Scienze Cognitive, già Assegnista di Ricerca e Cultore della Materia in Neuropsichiatria Infantile presso l’Università di Messina, è stato Coordinatore Didattico del Master universitario di Neuropsicopatologia dell’Apprendimento e del Comportamento e Coordinatore del primo ambulatorio pubblico di diagnosi DSA in età adulta nel meridione d’Italia. Ha conseguito un Master universitario in Neuropsicopatologia dei Disturbi dell’Apprendimento e del Comportamento e un Master di perfezionamento in Psicoterapia Cognitiva dell’età evolutiva presso la scuola di Psicoterapia Cognitiva APC-SPC di Verona. È autore di svariate pubblicazioni scientifiche nazionali e internazionali sui disturbi specifici dell’apprendimento e del comportamento ed è primo autore della BDA 16-30, la batteria di riferimento per la diagnosi dei DSA in adolescenza ed età adulta, edita da Giunti Psychometrics. Direttore dell’Istituto di Ricerca sui Disturbi dell’Apprendimento e Comportamento IRIDAC, è membro del Comitato Tecnico-Scientifico di SOS Dislessia e inserito nell’Advisory Board della Consensus Conference per i DSA in adolescenza ed età adulta. Si occupa di Parent Training, trattamento rivolto ai genitori che hanno difficoltà nel rapporto con i figli, e del supporto psicologico alla persona e alla coppia.

Storie...

La coppia e la gestione dei figli

Luca pensava a quanto fosse difficile parlare con suo figlio Andrea. Pensava a quanto fosse cambiato il rapporto tra genitori e figli nel tempo…




Dodici anni sono un età difficile: la scuola diventa sempre più impegnativa, e il loro modo di ribellarsi… eppure Luca ricordava bene quanto fosse differente il rapporto con suo padre.
Un uomo d’altri tempi, che con i figli parlava appena ma pretendeva impegno e rispetto. Luca osservava Andrea giocare davanti la playstation, rosso in faccia e anche un po’ sudato, muoveva tutto il corpo mentre simulava un attacco con una spada laser.
Cuffiette e microfono, dava indicazioni ai compagni di gioco virtuali e sembrava davvero che i videogames fossero il suo mondo.
Luca chiamò sua moglie Giovanna e le chiese di farlo smettere.
Preferiva fosse Giovanna a occuparsene, perché sapeva bene che lui, all’ennesimo rifiuto di spegnere la playstation, sarebbe diventato aggressivo.
“Meglio lasciare fare alla madre”, si disse mentre si allontanava per guardare la scena da lontano.
Giovanna osservò suo marito con aria di disperazione, come chi sapeva che a breve sarebbe iniziata la guerra, e in effetti di guerra si trattava: un tira e molla estenuate con Andrea.

Il ragazzo era ormai alto e robusto ed era difficile riuscire a contrastarlo.
A ogni rimprovero rispondeva con invettive sempre più pesanti, fino a insulti veri e propri. Ma Giovanna non mollava, sapeva che l’unico modo per farlo smettere era imporsi con fermezza. Andrea era sempre più irritato dalla presenza della madre e cominciò a spingerla per allontanarla dalla playstation, prima che lei potesse pigiare il tasto per lo spegnimento.
A questo punto Luca, che fino a quel momento si era limitato ad osservare la scena, si intromise nella discussione e si scagliò violentemente contro Andrea, maltrattandolo e scuotendolo.
Urla e pianti erano all’ordine del giorno e Andrea e Luca non parlavano insieme da molto tempo. Il rapporto tra padre e figlio sembrava ormai compromesso irrimediabilmente.
Era possibile trovare una soluzione a tutto questo dolore?
In che modo Luca e Giovanna erano stati risucchiati in questo vortice?
Esisteva un modo per tornare ad essere una famiglia normale?

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Martina, 30 anni, lotta con la sua malattia da quando era una bambina. Ha tentato a lungo di nasconderla, mentre l’ansia e le ossessioni le stavano rendendo la vita infernale. Ha dovuto anche sospendere l’università, però poi ha deciso di chiedere aiuto

«Mi chiamo Martina Santi e ho 30 anni.
Sono sposata, ho una bimba di 16 mesi e un cane. Oggi lavoro come consulente scientifico e sono una moglie e una madre appagata. Ma ho dovuto lavorare duramente per raggiungere la serenità.
Quando ero una bambina, negli Anni Novanta, ho cominciato a convivere con il disturbo ossessivo compulsivo, pur senza riconoscerlo come tale: questa malattia è molto subdola e in pochi, anche tra gli psichiatri, sanno riconoscerla.

Allora, né io né i miei genitori abbiamo saputo attribuire i miei atteggiamenti ad un disturbo psichiatrico. Provavo ansie che mi portavano a compiere azioni «riparatorie» per evitare che si verificasse qualche disastro. Le sensazioni inquietanti sono aumentate con l’adolescenza, mentre frequentavo il liceo classico, e hanno preso la forma di ossessioni religiose e superstiziose che mi costringevano a mettere in atto compulsioni diverse.
Ad esempio, preghiere, richieste di rassicurazione ai miei familiari e azioni scaramantiche.
I problemi si sono aggravati all’università: ho frequentato la facoltà di Medicina e Chirurgia per 4 anni, con buoni risultati, ma ho dovuto interrompere lo studio per la difficoltà che avevo nel concentrarmi e nel sostenere lo stress. Se si dà spazio al disturbo, mettendo in atto le compulsioni ogni volta che un’ossessione si affaccia alla mente, inevitabilmente la malattia conduce con rapidità supersonica ad una vita infernale.
Per esempio, ogni volta che mi veniva un dubbio religioso trascorrevo ore ed ore, pomeriggi interi a rimuginare da sola chiusa in una stanza, e alla fine scoppiavo sempre a piangere.
E, per il pianto, poi mi addormentavo. Così è trascorsa la mia giovinezza.
Il disturbo ossessivo compulsivo prende tutto quello che hai e lo frantuma: tempo, energie, vitalità, sogni. Tutto si riduce nel mettere in atto le compulsioni e farsi divorare dall’ansia. Io l’ho fatto: ho seguito la malattia, che mi ha portato quasi al suicidio.
Tutti pensano che l’adolescenza e la giovinezza siano il periodo più bello e spensierato della vita: io ne sono stata privata, costretta in un inferno di solitudine e paura.

Non è facile saper riconoscere dall’esterno i caratteri della malattia, anche perché le persone ossessive sono abili a mascherare in pubblico le loro compulsioni: dentro di loro, sanno che quello che vivono non è normale e cercano di non mostrarlo.
Io mi sono confidata con diverse persone, ma una sola è riuscita ad intravedere la patologia nei miei schemi mentali. E mi ha indirizzata a uno specialista.

Chiedere aiuto è fondamentale, perché, anche se si crede di essere soli a gestire questo tipo di disturbo, in realtà i malati sono tantissimi, e più se ne parla, più semplice sarà per tutti venire allo scoperto ed accedere alle cure. Se non si chiede aiuto, il disturbo ossessivo compulsivo trascina in basso.
Non importa quanto lievi siano i sintomi all’inizio: se si mette in atto una compulsione ogni volta che arriva un’ossessione, questa comparirà sempre più spesso e con maggiore violenza.
Bisogna mettere un freno prima possibile.

Martina Santi

(testimonianza raccolta da Monica Coviello)

Il Disturbo Oppositivo Provocatorio

Nel mio lavoro, molto spesso mi vengono “portati” dei bambini descritti come ingestibili: bambini che creano problemi a casa e a scuola, che non rispettano le regole, che sono particolarmente dispettosi con coetanei ed adulti…

Ha 5 anni e si chiama Susanna; le educatrici della scuola materna segnalano di avere difficoltà da sempre con lei a farle fare i lavoretti programmati e a farle rispettare le semplici regole di convivenza (stare in fila, andare a lavarsi le mani, rispettare il posto a tavola).
La mamma, che ho già incontrato, mi ha spiegato che la bambina fa capricci che possono durare anche 2-3 ore e non si estinguono in alcun modo, eccetto l’accontentarla.
I “capricci” si manifestano ogni qual volta (o quasi), la bambina viene contrariata.
Tali comportamenti oppositivi sembrano resistenti a qualsiasi tentativo di conciliazione o compromesso, la bimba sembra “impermeabile” alle sgridate, anzi, sembra che testi volontariamente i limiti dei genitori, con atteggiamenti di sfida, facendo dispetti e disturbando appositamente.
I genitori hanno provato moltissime strategie, il dialogo, le punizioni, la durezza, ma nulla ha funzionato, pertanto si sono rivolti alla psicologa (io!)

Susanna ha una sorella più grande, che inizia a mostrare disagio per il clima teso che si respira in casa, facendo anche lei richieste continue e arrabbiandosi se non viene accontentata, verbalizzando esplicitamente che “però a Susanna glielo lasciate fare”.

Con la mamma e il papà decidiamo di fare alcune sedute di osservazione, nelle quali proporre, se possibile, qualche test alla bambina (ovviamente i test sono storie ed immagini adatte all’età di Susanna) per capire meglio il disagio della bambina. E’ la prima volta che dobbiamo incontrarci, la bambina entra nella stanza, accompagnata dalla madre.
Ha il mento sollevato, un’espressione di sfida.
Ha capelli a caschetto color biondo cenere e grandi occhi verdi limpidi e fieri…
Come se fosse a casa sua, si accomoda al tavolino sedendosi con la faccia rivolta verso il muro, inizia a prendere dei giochi e ad usarli, dandomi deliberatamente le spalle.
“Ottimo” penso… dovrei mostrarle le figure del test ma non mi rivolge la parola…la mamma la invita più volte a guardarmi ed ascoltarmi, ma lei non ci pensa nemmeno. Gioca da sola, tranquillissima, rivolta verso il muro.
Apparentemente è disinteressata… ma quegli occhi nitidi come laghi di montagna mi hanno già segnalato che invece desiderano essere raggiunti, e che sarà una camminata impervia, in salita, con il fiato che manca.

In barba all’immaginario comune, che vuole la psicologa accomodata in poltrona mentre conversa amabilmente con il suo paziente, decido di sedermi per terra. Mi porto vicino la scatola dei giochi e il test che voglio farle… inizio a giocare anche io da sola, per un po’..poi frugando nella scatola dico ad alta voce “ma dove sarà quel cagnolino..eppure doveva essere qui..uffa mi serve…”
Susanna si distoglie leggermente dalla sua sedia, guardando nella mia direzione.
La ignoro.
Continuo a frugare e a blaterare che mi serve proprio quel cagnolino.
Susanna scende dalla sua sedia e si avvicina…continuo a non guardarla, parlo senza rivolgerle lo sguardo..dico che magari con un aiuto potrei trovare il cane….lei inizia a cercare nella scatola con me. Troviamo il cane. Sempre senza sollecitarla troppo racconto la storia del cagnolino e dico che io ne ho anche un altro, di cagnolino… tiro fuori le immagini… insomma, sudando e faticando, riesco a somministrarle tutto il test di Blacky.

Da quel momento inizia un lento percorso che porterà me e Susanna a stringere una buona alleanza e a lavorare insieme, la bambina si aprirà giorno dopo giorno, certo mi farà faticare molto, però la contentezza del vederla più serena, varrà tutto lo sforzo della salita.

Cit. Silvia Spinelli

Il disturbo d’attenzione e iperattività (ADHD)

Leo è un bambino difficile, ribelle. Forse maleducato, agli occhi di chi non lo conosce. In realtà dietro la sua impulsività e irrequietezza c’è una diagnosi ben precisa: disturbo da deficit d’attenzione e iperattività (Adhd).

Che Leo avesse questo disturbo l’ho sempre sospettato: già nei primi mesi dalla nascita era un bimbo irrequieto, piangeva sempre. Poi all’asilo sono arrivati i primi disastri: metteva le mani addosso ai coetanei, faceva fatica a rispettare le regole.
Addirittura un giorno, quando aveva cinque anni, aveva dato un ceffone senza motivo a un bambino più piccolo.
Avevamo escluso problemi cognitivi grazie a un test che aveva fatto alla fine dell’asilo, che rivelava però immaturità emotiva e difficoltà nell’attenzione. Ma questi comportamenti impulsivi e spesso aggressivi non si placavano, così, qualche anno dopo, quando Leo faceva la seconda elementare, mi confrontai con il pediatra per sottoporlo al test dell’iperattività, che ci confermò la diagnosi: deficit di attenzione e iperattività”.

Alcuni esperti avevano consigliato alla mamma di Leo di adottare qualche piccola strategia per aiutarlo a riflettere sui suoi comportamenti, come ad esempio un quaderno, che lui chiamava, “azionario”, dove segnava tutte le azioni sbagliate fatte durante la giornata, “ma non ha funzionato”. Poi, grazie a una psicologa che ha lavorato con il gioco, senza imporgli un metodo educativo, Leo ha fatto dei grandi passi avanti.
“Certo, ancora adesso, che ha 10 anni, devo ricordargli spesso di lavarsi i denti, di mettersi il pigiama, di fare i compiti, e sa che quando lo chiamo Leonardo invece che Leo è perché sta esagerando. A scuola le insegnanti ci hanno dato davvero un aiuto prezioso perché, avendo difficoltà a concentrarsi, Leo si distrae con qualsiasi cosa.
Siamo dunque riusciti a fargli avere un programma scolastico personalizzato, meno carico di informazioni, con mappe e concetti più diretti”, continua la mamma di Leo. Un modo, questo, per evitare che l’Adhd infici sulla resa scolastica del bambino, che così può stare al passo con quello che imparano a scuola i suoi compagni di classe.

Sara Pero e Chiara Gambarino

La coppia e la gestione dei figli

Luca pensava a quanto fosse difficile parlare con suo figlio Andrea. Pensava a quanto fosse cambiato il rapporto tra genitori e figli nel tempo…




Dodici anni sono un età difficile: la scuola diventa sempre più impegnativa, e il loro modo di ribellarsi… eppure Luca ricordava bene quanto fosse differente il rapporto con suo padre.
Un uomo d’altri tempi, che con i figli parlava appena ma pretendeva impegno e rispetto. Luca osservava Andrea giocare davanti la playstation, rosso in faccia e anche un po’ sudato, muoveva tutto il corpo mentre simulava un attacco con una spada laser.
Cuffiette e microfono, dava indicazioni ai compagni di gioco virtuali e sembrava davvero che i videogames fossero il suo mondo.
Luca chiamò sua moglie Giovanna e le chiese di farlo smettere.
Preferiva fosse Giovanna a occuparsene, perché sapeva bene che lui, all’ennesimo rifiuto di spegnere la playstation, sarebbe diventato aggressivo.
“Meglio lasciare fare alla madre”, si disse mentre si allontanava per guardare la scena da lontano.
Giovanna osservò suo marito con aria di disperazione, come chi sapeva che a breve sarebbe iniziata la guerra, e in effetti di guerra si trattava: un tira e molla estenuate con Andrea.

Il ragazzo era ormai alto e robusto ed era difficile riuscire a contrastarlo.
A ogni rimprovero rispondeva con invettive sempre più pesanti, fino a insulti veri e propri. Ma Giovanna non mollava, sapeva che l’unico modo per farlo smettere era imporsi con fermezza. Andrea era sempre più irritato dalla presenza della madre e cominciò a spingerla per allontanarla dalla playstation, prima che lei potesse pigiare il tasto per lo spegnimento.
A questo punto Luca, che fino a quel momento si era limitato ad osservare la scena, si intromise nella discussione e si scagliò violentemente contro Andrea, maltrattandolo e scuotendolo.
Urla e pianti erano all’ordine del giorno e Andrea e Luca non parlavano insieme da molto tempo. Il rapporto tra padre e figlio sembrava ormai compromesso irrimediabilmente.
Era possibile trovare una soluzione a tutto questo dolore?
In che modo Luca e Giovanna erano stati risucchiati in questo vortice?
Esisteva un modo per tornare ad essere una famiglia normale?

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Martina, 30 anni, lotta con la sua malattia da quando era una bambina. Ha tentato a lungo di nasconderla, mentre l’ansia e le ossessioni le stavano rendendo la vita infernale. Ha dovuto anche sospendere l’università, però poi ha deciso di chiedere aiuto

«Mi chiamo Martina Santi e ho 30 anni.
Sono sposata, ho una bimba di 16 mesi e un cane. Oggi lavoro come consulente scientifico e sono una moglie e una madre appagata. Ma ho dovuto lavorare duramente per raggiungere la serenità.
Quando ero una bambina, negli Anni Novanta, ho cominciato a convivere con il disturbo ossessivo compulsivo, pur senza riconoscerlo come tale: questa malattia è molto subdola e in pochi, anche tra gli psichiatri, sanno riconoscerla.

Allora, né io né i miei genitori abbiamo saputo attribuire i miei atteggiamenti ad un disturbo psichiatrico. Provavo ansie che mi portavano a compiere azioni «riparatorie» per evitare che si verificasse qualche disastro. Le sensazioni inquietanti sono aumentate con l’adolescenza, mentre frequentavo il liceo classico, e hanno preso la forma di ossessioni religiose e superstiziose che mi costringevano a mettere in atto compulsioni diverse.
Ad esempio, preghiere, richieste di rassicurazione ai miei familiari e azioni scaramantiche.
I problemi si sono aggravati all’università: ho frequentato la facoltà di Medicina e Chirurgia per 4 anni, con buoni risultati, ma ho dovuto interrompere lo studio per la difficoltà che avevo nel concentrarmi e nel sostenere lo stress. Se si dà spazio al disturbo, mettendo in atto le compulsioni ogni volta che un’ossessione si affaccia alla mente, inevitabilmente la malattia conduce con rapidità supersonica ad una vita infernale.
Per esempio, ogni volta che mi veniva un dubbio religioso trascorrevo ore ed ore, pomeriggi interi a rimuginare da sola chiusa in una stanza, e alla fine scoppiavo sempre a piangere.
E, per il pianto, poi mi addormentavo. Così è trascorsa la mia giovinezza.
Il disturbo ossessivo compulsivo prende tutto quello che hai e lo frantuma: tempo, energie, vitalità, sogni. Tutto si riduce nel mettere in atto le compulsioni e farsi divorare dall’ansia. Io l’ho fatto: ho seguito la malattia, che mi ha portato quasi al suicidio.
Tutti pensano che l’adolescenza e la giovinezza siano il periodo più bello e spensierato della vita: io ne sono stata privata, costretta in un inferno di solitudine e paura.

Non è facile saper riconoscere dall’esterno i caratteri della malattia, anche perché le persone ossessive sono abili a mascherare in pubblico le loro compulsioni: dentro di loro, sanno che quello che vivono non è normale e cercano di non mostrarlo.
Io mi sono confidata con diverse persone, ma una sola è riuscita ad intravedere la patologia nei miei schemi mentali. E mi ha indirizzata a uno specialista.

Chiedere aiuto è fondamentale, perché, anche se si crede di essere soli a gestire questo tipo di disturbo, in realtà i malati sono tantissimi, e più se ne parla, più semplice sarà per tutti venire allo scoperto ed accedere alle cure. Se non si chiede aiuto, il disturbo ossessivo compulsivo trascina in basso.
Non importa quanto lievi siano i sintomi all’inizio: se si mette in atto una compulsione ogni volta che arriva un’ossessione, questa comparirà sempre più spesso e con maggiore violenza.
Bisogna mettere un freno prima possibile.

Martina Santi

(testimonianza raccolta da Monica Coviello)

Il Disturbo Oppositivo Provocatorio

Nel mio lavoro, molto spesso mi vengono “portati” dei bambini descritti come ingestibili: bambini che creano problemi a casa e a scuola, che non rispettano le regole, che sono particolarmente dispettosi con coetanei ed adulti…

Ha 5 anni e si chiama Susanna; le educatrici della scuola materna segnalano di avere difficoltà da sempre con lei a farle fare i lavoretti programmati e a farle rispettare le semplici regole di convivenza (stare in fila, andare a lavarsi le mani, rispettare il posto a tavola).
La mamma, che ho già incontrato, mi ha spiegato che la bambina fa capricci che possono durare anche 2-3 ore e non si estinguono in alcun modo, eccetto l’accontentarla.
I “capricci” si manifestano ogni qual volta (o quasi), la bambina viene contrariata.
Tali comportamenti oppositivi sembrano resistenti a qualsiasi tentativo di conciliazione o compromesso, la bimba sembra “impermeabile” alle sgridate, anzi, sembra che testi volontariamente i limiti dei genitori, con atteggiamenti di sfida, facendo dispetti e disturbando appositamente.
I genitori hanno provato moltissime strategie, il dialogo, le punizioni, la durezza, ma nulla ha funzionato, pertanto si sono rivolti alla psicologa (io!)

Susanna ha una sorella più grande, che inizia a mostrare disagio per il clima teso che si respira in casa, facendo anche lei richieste continue e arrabbiandosi se non viene accontentata, verbalizzando esplicitamente che “però a Susanna glielo lasciate fare”.

Con la mamma e il papà decidiamo di fare alcune sedute di osservazione, nelle quali proporre, se possibile, qualche test alla bambina (ovviamente i test sono storie ed immagini adatte all’età di Susanna) per capire meglio il disagio della bambina. E’ la prima volta che dobbiamo incontrarci, la bambina entra nella stanza, accompagnata dalla madre.
Ha il mento sollevato, un’espressione di sfida.
Ha capelli a caschetto color biondo cenere e grandi occhi verdi limpidi e fieri…
Come se fosse a casa sua, si accomoda al tavolino sedendosi con la faccia rivolta verso il muro, inizia a prendere dei giochi e ad usarli, dandomi deliberatamente le spalle.
“Ottimo” penso… dovrei mostrarle le figure del test ma non mi rivolge la parola…la mamma la invita più volte a guardarmi ed ascoltarmi, ma lei non ci pensa nemmeno. Gioca da sola, tranquillissima, rivolta verso il muro.
Apparentemente è disinteressata… ma quegli occhi nitidi come laghi di montagna mi hanno già segnalato che invece desiderano essere raggiunti, e che sarà una camminata impervia, in salita, con il fiato che manca.

In barba all’immaginario comune, che vuole la psicologa accomodata in poltrona mentre conversa amabilmente con il suo paziente, decido di sedermi per terra. Mi porto vicino la scatola dei giochi e il test che voglio farle… inizio a giocare anche io da sola, per un po’..poi frugando nella scatola dico ad alta voce “ma dove sarà quel cagnolino..eppure doveva essere qui..uffa mi serve…”
Susanna si distoglie leggermente dalla sua sedia, guardando nella mia direzione.
La ignoro.
Continuo a frugare e a blaterare che mi serve proprio quel cagnolino.
Susanna scende dalla sua sedia e si avvicina…continuo a non guardarla, parlo senza rivolgerle lo sguardo..dico che magari con un aiuto potrei trovare il cane….lei inizia a cercare nella scatola con me. Troviamo il cane. Sempre senza sollecitarla troppo racconto la storia del cagnolino e dico che io ne ho anche un altro, di cagnolino… tiro fuori le immagini… insomma, sudando e faticando, riesco a somministrarle tutto il test di Blacky.

Da quel momento inizia un lento percorso che porterà me e Susanna a stringere una buona alleanza e a lavorare insieme, la bambina si aprirà giorno dopo giorno, certo mi farà faticare molto, però la contentezza del vederla più serena, varrà tutto lo sforzo della salita.

Cit. Silvia Spinelli

Il disturbo d’attenzione e iperattività (ADHD)

Leo è un bambino difficile, ribelle. Forse maleducato, agli occhi di chi non lo conosce. In realtà dietro la sua impulsività e irrequietezza c’è una diagnosi ben precisa: disturbo da deficit d’attenzione e iperattività (Adhd).

Che Leo avesse questo disturbo l’ho sempre sospettato: già nei primi mesi dalla nascita era un bimbo irrequieto, piangeva sempre. Poi all’asilo sono arrivati i primi disastri: metteva le mani addosso ai coetanei, faceva fatica a rispettare le regole.
Addirittura un giorno, quando aveva cinque anni, aveva dato un ceffone senza motivo a un bambino più piccolo.
Avevamo escluso problemi cognitivi grazie a un test che aveva fatto alla fine dell’asilo, che rivelava però immaturità emotiva e difficoltà nell’attenzione. Ma questi comportamenti impulsivi e spesso aggressivi non si placavano, così, qualche anno dopo, quando Leo faceva la seconda elementare, mi confrontai con il pediatra per sottoporlo al test dell’iperattività, che ci confermò la diagnosi: deficit di attenzione e iperattività”.

Alcuni esperti avevano consigliato alla mamma di Leo di adottare qualche piccola strategia per aiutarlo a riflettere sui suoi comportamenti, come ad esempio un quaderno, che lui chiamava, “azionario”, dove segnava tutte le azioni sbagliate fatte durante la giornata, “ma non ha funzionato”. Poi, grazie a una psicologa che ha lavorato con il gioco, senza imporgli un metodo educativo, Leo ha fatto dei grandi passi avanti.
“Certo, ancora adesso, che ha 10 anni, devo ricordargli spesso di lavarsi i denti, di mettersi il pigiama, di fare i compiti, e sa che quando lo chiamo Leonardo invece che Leo è perché sta esagerando. A scuola le insegnanti ci hanno dato davvero un aiuto prezioso perché, avendo difficoltà a concentrarsi, Leo si distrae con qualsiasi cosa.
Siamo dunque riusciti a fargli avere un programma scolastico personalizzato, meno carico di informazioni, con mappe e concetti più diretti”, continua la mamma di Leo. Un modo, questo, per evitare che l’Adhd infici sulla resa scolastica del bambino, che così può stare al passo con quello che imparano a scuola i suoi compagni di classe.

Sara Pero e Chiara Gambarino

Luca pensava a quanto fosse difficile parlare con suo figlio Andrea. Pensava a quanto fosse cambiato il rapporto tra genitori ...
Leggi la storia
Martina, 30 anni, lotta con la sua malattia da quando era una bambina. Ha tentato a lungo di nasconderla, mentre ...
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Nel mio lavoro, molto spesso mi vengono “portati” dei bambini descritti come ingestibili: bambini che creano problemi a casa e ...
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Leo è un bambino difficile, ribelle. Forse maleducato, agli occhi di chi non lo conosce. In realtà dietro la sua ...
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La coppia e la gestione dei figli

Luca pensava a quanto fosse difficile parlare con suo figlio Andrea. Pensava a quanto fosse cambiato il rapporto tra genitori e figli nel tempo…

Dodici anni sono un età difficile: la scuola diventa sempre più impegnativa, e il loro modo di ribellarsi… eppure Luca ricordava bene quanto fosse differente il rapporto con suo padre. Un uomo d’altri tempi, che con i figli parlava appena ma pretendeva impegno e rispetto. Luca osservava Andrea giocare davanti la playstation, rosso in faccia e anche un po’ sudato, muoveva tutto il corpo mentre simulava un attacco con una spada laser. Cuffiette e microfono, dava indicazioni ai compagni di gioco virtuali e sembrava davvero che i videogames fossero il suo mondo. Luca chiamò sua moglie Giovanna e le chiese di farlo smettere. Preferiva fosse Giovanna a occuparsene, perché sapeva bene che lui, all’ennesimo rifiuto di spegnere la playstation, sarebbe diventato aggressivo. “Meglio lasciare fare alla madre”, si disse mentre si allontanava per guardare la scena da lontano. Giovanna osservò suo marito con aria di disperazione, come chi sapeva che a breve sarebbe iniziata la guerra, e in effetti di guerra si trattava: un tira e molla estenuate con Andrea.

Il ragazzo era ormai alto e robusto ed era difficile riuscire a contrastarlo. A ogni rimprovero rispondeva con invettive sempre più pesanti, fino a insulti veri e propri. Ma Giovanna non mollava, sapeva che l’unico modo per farlo smettere era imporsi con fermezza. Andrea era sempre più irritato dalla presenza della madre e cominciò a spingerla per allontanarla dalla playstation, prima che lei potesse pigiare il tasto per lo spegnimento. A questo punto Luca, che fino a quel momento si era limitato ad osservare la scena, si intromise nella discussione e si scagliò violentemente contro Andrea, maltrattandolo e scuotendolo. Urla e pianti erano all’ordine del giorno e Andrea e Luca non parlavano insieme da molto tempo.

Il rapporto tra padre e figlio sembrava ormai compromesso irrimediabilmente. Era possibile trovare una soluzione a tutto questo dolore? In che modo Luca e Giovanna erano stati risucchiati in questo vortice? Esisteva un modo per tornare ad essere una famiglia normale?

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Il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Martina, 30 anni, lotta con la sua malattia da quando era una bambina. Ha tentato a lungo di nasconderla, mentre l’ansia e le ossessioni le stavano rendendo la vita infernale. Ha dovuto anche sospendere l’università, però poi ha deciso di chiedere aiuto

«Mi chiamo Martina Santi e ho 30 anni. Sono sposata, ho una bimba di 16 mesi e un cane. Oggi lavoro come consulente scientifico e sono una moglie e una madre appagata. Ma ho dovuto lavorare duramente per raggiungere la serenità. Quando ero una bambina, negli Anni Novanta, ho cominciato a convivere con il disturbo ossessivo compulsivo, pur senza riconoscerlo come tale: questa malattia è molto subdola e in pochi, anche tra gli psichiatri, sanno riconoscerla. Allora, né io né i miei genitori abbiamo saputo attribuire i miei atteggiamenti ad un disturbo psichiatrico. Provavo ansie che mi portavano a compiere azioni «riparatorie» per evitare che si verificasse qualche disastro. Le sensazioni inquietanti sono aumentate con l’adolescenza, mentre frequentavo il liceo classico, e hanno preso la forma di ossessioni religiose e superstiziose che mi costringevano a mettere in atto compulsioni diverse. Ad esempio, preghiere, richieste di rassicurazione ai miei familiari e azioni scaramantiche. I problemi si sono aggravati all’università: ho frequentato la facoltà di Medicina e Chirurgia per 4 anni, con buoni risultati, ma ho dovuto interrompere lo studio per la difficoltà che avevo nel concentrarmi e nel sostenere lo stress. Se si dà spazio al disturbo, mettendo in atto le compulsioni ogni volta che un’ossessione si affaccia alla mente, inevitabilmente la malattia conduce con rapidità supersonica ad una vita infernale. Per esempio, ogni volta che mi veniva un dubbio religioso trascorrevo ore ed ore, pomeriggi interi a rimuginare da sola chiusa in una stanza, e alla fine scoppiavo sempre a piangere. E, per il pianto, poi mi addormentavo. Così è trascorsa la mia giovinezza.

Il disturbo ossessivo compulsivo prende tutto quello che hai e lo frantuma: tempo, energie, vitalità, sogni. Tutto si riduce nel mettere in atto le compulsioni e farsi divorare dall’ansia. Io l’ho fatto: ho seguito la malattia, che mi ha portato quasi al suicidio. Tutti pensano che l’adolescenza e la giovinezza siano il periodo più bello e spensierato della vita: io ne sono stata privata, costretta in un inferno di solitudine e paura. Non è facile saper riconoscere dall’esterno i caratteri della malattia, anche perché le persone ossessive sono abili a mascherare in pubblico le loro compulsioni: dentro di loro, sanno che quello che vivono non è normale e cercano di non mostrarlo. Io mi sono confidata con diverse persone, ma una sola è riuscita ad intravedere la patologia nei miei schemi mentali. E mi ha indirizzata a uno specialista. Chiedere aiuto è fondamentale, perché, anche se si crede di essere soli a gestire questo tipo di disturbo, in realtà i malati sono tantissimi, e più se ne parla, più semplice sarà per tutti venire allo scoperto ed accedere alle cure. Se non si chiede aiuto, il disturbo ossessivo compulsivo trascina in basso. Non importa quanto lievi siano i sintomi all’inizio: se si mette in atto una compulsione ogni volta che arriva un’ossessione, questa comparirà sempre più spesso e con maggiore violenza. Bisogna mettere un freno prima possibile.

Martina Santi

(testimonianza raccolta da Monica Coviello)

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Il Disturbo Oppositivo Provocatorio

Nel mio lavoro, molto spesso mi vengono “portati” dei bambini descritti come ingestibili: bambini che creano problemi a casa e a scuola, che non rispettano le regole, che sono particolarmente dispettosi con coetanei ed adulti…

Ha 5 anni e si chiama Susanna; le educatrici della scuola materna segnalano di avere difficoltà da sempre con lei a farle fare i lavoretti programmati e a farle rispettare le semplici regole di convivenza (stare in fila, andare a lavarsi le mani, rispettare il posto a tavola).
La mamma, che ho già incontrato, mi ha spiegato che la bambina fa capricci che possono durare anche 2-3 ore e non si estinguono in alcun modo, eccetto l’accontentarla.
I “capricci” si manifestano ogni qual volta (o quasi), la bambina viene contrariata.
Tali comportamenti oppositivi sembrano resistenti a qualsiasi tentativo di conciliazione o compromesso, la bimba sembra “impermeabile” alle sgridate, anzi, sembra che testi volontariamente i limiti dei genitori, con atteggiamenti di sfida, facendo dispetti e disturbando appositamente. I genitori hanno provato moltissime strategie, il dialogo, le punizioni, la durezza, ma nulla ha funzionato, pertanto si sono rivolti alla psicologa (io!)

Susanna ha una sorella più grande, che inizia a mostrare disagio per il clima teso che si respira in casa, facendo anche lei richieste continue e arrabbiandosi se non viene accontentata, verbalizzando esplicitamente che “però a Susanna glielo lasciate fare”.
Con la mamma e il papà decidiamo di fare alcune sedute di osservazione, nelle quali proporre, se possibile, qualche test alla bambina (ovviamente i test sono storie ed immagini adatte all’età di Susanna) per capire meglio il disagio della bambina. E’ la prima volta che dobbiamo incontrarci, la bambina entra nella stanza, accompagnata dalla madre.
Ha il mento sollevato, un’espressione di sfida.
Ha capelli a caschetto color biondo cenere e grandi occhi verdi limpidi e fieri…
Come se fosse a casa sua, si accomoda al tavolino sedendosi con la faccia rivolta verso il muro, inizia a prendere dei giochi e ad usarli, dandomi deliberatamente le spalle.
“Ottimo” penso… dovrei mostrarle le figure del test ma non mi rivolge la parola…la mamma la invita più volte a guardarmi ed ascoltarmi, ma lei non ci pensa nemmeno. Gioca da sola, tranquillissima, rivolta verso il muro.
Apparentemente è disinteressata… ma quegli occhi nitidi come laghi di montagna mi hanno già segnalato che invece desiderano essere raggiunti, e che sarà una camminata impervia, in salita, con il fiato che manca.
In barba all’immaginario comune, che vuole la psicologa accomodata in poltrona mentre conversa amabilmente con il suo paziente, decido di sedermi per terra. Mi porto vicino la scatola dei giochi e il test che voglio farle… inizio a giocare anche io da sola, per un po’..poi frugando nella scatola dico ad alta voce “ma dove sarà quel cagnolino..eppure doveva essere qui..uffa mi serve…” Susanna si distoglie leggermente dalla sua sedia, guardando nella mia direzione. La ignoro.
Continuo a frugare e a blaterare che mi serve proprio quel cagnolino.
Susanna scende dalla sua sedia e si avvicina…continuo a non guardarla, parlo senza rivolgerle lo sguardo..dico che magari con un aiuto potrei trovare il cane….lei inizia a cercare nella scatola con me. Troviamo il cane. Sempre senza sollecitarla troppo racconto la storia del cagnolino e dico che io ne ho anche un altro, di cagnolino… tiro fuori le immagini… insomma, sudando e faticando, riesco a somministrarle tutto il test di Blacky.
Da quel momento inizia un lento percorso che porterà me e Susanna a stringere una buona alleanza e a lavorare insieme, la bambina si aprirà giorno dopo giorno, certo mi farà faticare molto, però la contentezza del vederla più serena, varrà tutto lo sforzo della salita.

Cit. Silvia Spinelli

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Il disturbo d’attenzione e iperattività (ADHD)

Leo è un bambino difficile, ribelle. Forse maleducato, agli occhi di chi non lo conosce. In realtà dietro la sua impulsività e irrequietezza c'è una diagnosi ben precisa: disturbo da deficit d'attenzione e iperattività (Adhd).

Che Leo avesse questo disturbo l’ho sempre sospettato: già nei primi mesi dalla nascita era un bimbo irrequieto, piangeva sempre. Poi all'asilo sono arrivati i primi disastri: metteva le mani addosso ai coetanei, faceva fatica a rispettare le regole. Addirittura un giorno, quando aveva cinque anni, aveva dato un ceffone senza motivo a un bambino più piccolo. Avevamo escluso problemi cognitivi grazie a un test che aveva fatto alla fine dell’asilo, che rivelava però immaturità emotiva e difficoltà nell'attenzione. Ma questi comportamenti impulsivi e spesso aggressivi non si placavano, così, qualche anno dopo, quando Leo faceva la seconda elementare, mi confrontai con il pediatra per sottoporlo al test dell’iperattività, che ci confermò la diagnosi: deficit di attenzione e iperattività".

Alcuni esperti avevano consigliato alla mamma di Leo di adottare qualche piccola strategia per aiutarlo a riflettere sui suoi comportamenti, come ad esempio un quaderno, che lui chiamava, "azionario", dove segnava tutte le azioni sbagliate fatte durante la giornata, "ma non ha funzionato". Poi, grazie a una psicologa che ha lavorato con il gioco, senza imporgli un metodo educativo, Leo ha fatto dei grandi passi avanti. "Certo, ancora adesso, che ha 10 anni, devo ricordargli spesso di lavarsi i denti, di mettersi il pigiama, di fare i compiti, e sa che quando lo chiamo Leonardo invece che Leo è perché sta esagerando. A scuola le insegnanti ci hanno dato davvero un aiuto prezioso perché, avendo difficoltà a concentrarsi, Leo si distrae con qualsiasi cosa. Siamo dunque riusciti a fargli avere un programma scolastico personalizzato, meno carico di informazioni, con mappe e concetti più diretti", continua la mamma di Leo. Un modo, questo, per evitare che l'Adhd infici sulla resa scolastica del bambino, che così può stare al passo con quello che imparano a scuola i suoi compagni di classe.

Sara Pero e Chiara Gambarino

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Neuropsicologia dell'apprendimento e del comportamento

La valutazione della lettura

L’acquisizione della lettura e la sua espressività durante la scuola primaria e secondaria, può essere un predittore importante delle difficoltà scolastiche. Per valutare questa competenza durante i vari stadi dell’apprendimento è necessario avvalersi di strumenti affidabili validati.





Tradizionalmente, la valutazione dell’accuratezza e della velocità di lettura in età evolutiva, viene realizzata mediante prove di lettura ad alta voce di liste di parole e non-parole (si vedano, ad esempio, le batterie più diffuse come la DDE e la DDE-2; Sartori et al., 1995, 2007) e di brani con diversa complessità ortografica e lessicale, a seconda dei diversi livelli di scolarità (si vedano, ad esempio, le Prove MT; Cornoldi e Colpo, 1998).
A ciò si aggiunge un ulteriore brano, diverso dal primo, da leggere nella mente, per la valutazione della comprensione. Tale modello valutativo è conforme a quello usato in tutti gli altri paesi dotati di un sistema di scrittura alfabetico, che si fonda cioè su una corrispondenza tra fonemi (o gruppi di fonemi) e grafemi (o gruppi di grafemi). Infatti, le principali batterie che consentono la valutazione delle abilità di lettura (cfr. Kaufman Test of Educational Achievement – Second Edition, KTEA-II; Kaufman e Kaufman, 2004) propongono diverse prove aventi come obiettivo primario quello di tracciare un profilo di abilità basato sui modelli di lettura maggiormente accreditati (cfr. Coltheart, 1978; Frith, 1985) che prevedono la distinzione della via d’accesso fonologica (indiretta) dalla via d’accesso lessicale (diretta).
In tal senso, l’uso di liste di parole e di non-parole consente di valutare indipendentemente le due vie di lettura, essendo privilegiata quella indiretta per la lettura di non-parole e quella diretta per la lettura di parole. Nella gran parte dei sistemi di scrittura alfabetici il parametro ritenuto centrale nella valutazione delle abilità di lettura è la velocità (fluenza), solitamente indagata contando il numero totale di sillabe o parole lette in un determinato periodo di tempo (cfr. Fuchs, Fuchs, Hosp e Jenkins, 2001 Hasbrouck e Tindal, 2006). Seppure esistano consolidate evidenze a sostegno dell’uso della rapidità di lettura orale come principale indice della qualità della lettura in bambini e adolescenti, la validità di tale parametro nella valutazione delle abilità di lettura di adolescenti e adulti è stata di recente messa in discussione (cfr. Ciuffo et al., 2014; Price, Meisinger, Louwerse e D’Mello, 2012).

La valutazione della scrittura

La produzione scritta è un nodo complesso di abilità. Prevede la piena consapevolezza fonologica, la padronanza delle forme grammaticali e adeguate competenze semantiche e pragmatiche, oltreché una buona capacità oculo-manuale. La scrittura, pertanto, merita di essere valutata accuratamente, per poterne monitorare lo sviluppo, durante la scuola primaria e secondaria, in modo da intervenire prontamente in caso di difficoltà.

La disortografia può essere identificata mediante tre caratteristiche principali:
– produzione di un numero significativo di errori di scrittura: fonologici
e/o non fonologici e/o grammaticali;
– significativa lentezza della produzione scritta;
– presenza di entrambe le condizioni precedenti.

Le prove di scrittura sotto dettatura incalzante prevedono che il somministratore detti un determinato numero di parole consecutivamente senza interruzione. Durante l’esecuzione di questo tipo di prova il soggetto testato potrebbe commettere una serie di errori ed imprecisioni di varia natura. Tali errori assumono, da un punto di vista neuropsicologico, un significato specifico. La valutazione delle abilità di scrittura non può prescindere da un’analisi anche qualitativa della produzione scritta. Se è vero infatti che gli errori di scrittura si prestano a essere quantificati in modo preciso e restituiscono una variabile numerica confrontabile con quella del campione normativo, è parimenti vero che alcuni errori hanno un peso differente rispetto ad altri e che esiste un’ampia gamma di errori possibili e differenti modi di commetterli, in funzione anche dell’età e del grado di scolarità. Pertanto, accanto a un’accurata quantificazione normativa del numero di errori, risulta opportuno effettuare anche una valutazione basata sugli aspetti qualitativi. Solo quest’ultima valutazione consentirà di fare riferimento ai processi disfunzionali che sottendono gli errori. Premesso ciò, la prova di Dettato di brano con lettura incalzante è stata standardizzata prevedendo la misurazione di tre diversi parametri di seguito elencati (errori, incongruenze, ripetizioni). Grazie alla rilevazione di questi tre parametri l’esaminatore potrà valutare le prestazioni di scrittura integrando più informazioni. Ad esempio, se un soggetto presenta un alto numero di incongruenze e un basso numero di errori è possibile inferire che egli abbia un ridotto span di memoria verbale piuttosto che un reale disturbo di scrittura. Allo stesso modo, un numero rilevante di errori fonologici e non fonologici, in presenza di un basso numero di incongruenze e ripetizioni, potrebbe indicare con più forza la presenza di una tipica disortografia. L’analisi comparata della tipologia di errori può quindi ridurre il rischio di formulare diagnosi di disortografia laddove il problema è invece da ricercarsi in disfunzioni attentive ed esecutive.

I disturbi del neurosviluppo

Il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – Fifth edition (DSM-5; American Psychiatric Association, 2013) ha introdotto significativi elementi di novità nella tassonomia dei disturbi mentali in età evolutiva. Il principale è sicuramente la creazione di una nuova macroarea definita Disturbi del neurosviluppo che comprende i disturbi caratterizzati dalla deviazione della traiettoria neuroevolutiva in senso disfunzionale

Della macroarea, oltre al disturbo specifico dell’apprendimento (DSA), fanno parte la disabilità intellettiva, i disturbi della comunicazione, i disturbi dello spettro dell’autismo, il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) e i disturbi del movimento. Tutte queste condizioni sono sostenute da uno sviluppo atipico di alcuni domini cognitivi, si esprimono con un correlato comportamentale disfunzionale, frequentemente co-occorrono e condividono profili genetici ed endofenotipici. Della macroarea, oltre al disturbo specifico dell’apprendimento (DSA), fanno parte la disabilità intellettiva, i disturbi della comunicazione, i disturbi dello spettro dell’autismo, il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) e i disturbi del movimento. Tutte queste condizioni sono sostenute da uno sviluppo atipico di alcuni domini cognitivi, si esprimono con un correlato comportamentale disfunzionale, frequentemente co-occorrono e condividono profili genetici ed endofenotipici.



Il DSM-5 propone una singola etichetta diagnostica per definire l’insieme dei problemi nell’acquisire le capacità scolastiche: disturbo specifico dell’apprendimento (DSA). A differenza del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders ‒ Fourth edition (DSM-IV; American Psychiatric Association 1994) e del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fourth edition, Text Revision (DSM-IV-TR; American Psychiatric Association, 2000), che descrivevano disturbi discreti, ognuno con specifici criteri diagnostici (disturbo della lettura, disturbo del calcolo, disturbo dell’espressione scritta e disturbo dell’apprendimento NAS-non altrimenti specificato), il DSM-5 definisce un’unica condizione caratterizzata dalla difficoltà ad apprendere ed utilizzare le capacità accademiche. Questa difficoltà può interessare diversi domini cognitivi e sotto-abilità e, pertanto, esprimersi con difficoltà in ambiti diversi delle abilità accademiche, ma rimane pur sempre una condizione unitaria. Questa nuova visione meno rigidamente categoriale considera i diversi disturbi come espressioni differenti di una comune condizione di deviazione del neurosviluppo e assume la prospettiva del continuum tra profili di funzionamento adeguato e profili disfunzionali.

La valutazione neuropsicologica

La valutazione neuropsicologica permette di misurare le abilità cognitive (attenzione, memoria, linguaggio, percezione, funzioni esecutive) mediante la somministrazione di test neuropsicologici di valutazione globale e di test neuropsicologici funzione-specifici.






Una visita neuropsicologica è costituita da varie fasi e include una prima parte di colloquio clinico-neuropsicologico, una seconda parte di somministrazione di test neuropsicologici, una terza parte di colloquio con il familiare accompagnatore. Vengono utilizzati strumenti psicometrici computerizzati e/o carta-matita sensibili e specifici che consentono di delineare il profilo cognitivo di un individuo in cui sono state osservate alterazioni comportamentali, emotive e di autonomia.
L’impatto di tali disfunzioni è negativo per la qualità di vita dell’individuo e per il suo funzionamento generale nel quotidiano, con notevoli ripercussioni anche nei caregiver.
La valutazione neuropsicologica attualmente persegue diversi scopi e si rivela indispensabile a fini diagnostici, prognostici, peritali e riabilitativi.

La valutazione della lettura

L’acquisizione della lettura e la sua espressività durante la scuola primaria e secondaria, può essere un predittore importante delle difficoltà scolastiche. Per valutare questa competenza durante i vari stadi dell’apprendimento è necessario avvalersi di strumenti affidabili validati.





Tradizionalmente, la valutazione dell’accuratezza e della velocità di lettura in età evolutiva, viene realizzata mediante prove di lettura ad alta voce di liste di parole e non-parole (si vedano, ad esempio, le batterie più diffuse come la DDE e la DDE-2; Sartori et al., 1995, 2007) e di brani con diversa complessità ortografica e lessicale, a seconda dei diversi livelli di scolarità (si vedano, ad esempio, le Prove MT; Cornoldi e Colpo, 1998).
A ciò si aggiunge un ulteriore brano, diverso dal primo, da leggere nella mente, per la valutazione della comprensione. Tale modello valutativo è conforme a quello usato in tutti gli altri paesi dotati di un sistema di scrittura alfabetico, che si fonda cioè su una corrispondenza tra fonemi (o gruppi di fonemi) e grafemi (o gruppi di grafemi). Infatti, le principali batterie che consentono la valutazione delle abilità di lettura (cfr. Kaufman Test of Educational Achievement – Second Edition, KTEA-II; Kaufman e Kaufman, 2004) propongono diverse prove aventi come obiettivo primario quello di tracciare un profilo di abilità basato sui modelli di lettura maggiormente accreditati (cfr. Coltheart, 1978; Frith, 1985) che prevedono la distinzione della via d’accesso fonologica (indiretta) dalla via d’accesso lessicale (diretta).
In tal senso, l’uso di liste di parole e di non-parole consente di valutare indipendentemente le due vie di lettura, essendo privilegiata quella indiretta per la lettura di non-parole e quella diretta per la lettura di parole. Nella gran parte dei sistemi di scrittura alfabetici il parametro ritenuto centrale nella valutazione delle abilità di lettura è la velocità (fluenza), solitamente indagata contando il numero totale di sillabe o parole lette in un determinato periodo di tempo (cfr. Fuchs, Fuchs, Hosp e Jenkins, 2001 Hasbrouck e Tindal, 2006). Seppure esistano consolidate evidenze a sostegno dell’uso della rapidità di lettura orale come principale indice della qualità della lettura in bambini e adolescenti, la validità di tale parametro nella valutazione delle abilità di lettura di adolescenti e adulti è stata di recente messa in discussione (cfr. Ciuffo et al., 2014; Price, Meisinger, Louwerse e D’Mello, 2012).

La valutazione della scrittura

La produzione scritta è un nodo complesso di abilità. Prevede la piena consapevolezza fonologica, la padronanza delle forme grammaticali e adeguate competenze semantiche e pragmatiche, oltreché una buona capacità oculo-manuale. La scrittura, pertanto, merita di essere valutata accuratamente, per poterne monitorare lo sviluppo, durante la scuola primaria e secondaria, in modo da intervenire prontamente in caso di difficoltà.

La disortografia può essere identificata mediante tre caratteristiche principali:
– produzione di un numero significativo di errori di scrittura: fonologici
e/o non fonologici e/o grammaticali;
– significativa lentezza della produzione scritta;
– presenza di entrambe le condizioni precedenti.

Le prove di scrittura sotto dettatura incalzante prevedono che il somministratore detti un determinato numero di parole consecutivamente senza interruzione. Durante l’esecuzione di questo tipo di prova il soggetto testato potrebbe commettere una serie di errori ed imprecisioni di varia natura. Tali errori assumono, da un punto di vista neuropsicologico, un significato specifico. La valutazione delle abilità di scrittura non può prescindere da un’analisi anche qualitativa della produzione scritta. Se è vero infatti che gli errori di scrittura si prestano a essere quantificati in modo preciso e restituiscono una variabile numerica confrontabile con quella del campione normativo, è parimenti vero che alcuni errori hanno un peso differente rispetto ad altri e che esiste un’ampia gamma di errori possibili e differenti modi di commetterli, in funzione anche dell’età e del grado di scolarità. Pertanto, accanto a un’accurata quantificazione normativa del numero di errori, risulta opportuno effettuare anche una valutazione basata sugli aspetti qualitativi. Solo quest’ultima valutazione consentirà di fare riferimento ai processi disfunzionali che sottendono gli errori. Premesso ciò, la prova di Dettato di brano con lettura incalzante è stata standardizzata prevedendo la misurazione di tre diversi parametri di seguito elencati (errori, incongruenze, ripetizioni). Grazie alla rilevazione di questi tre parametri l’esaminatore potrà valutare le prestazioni di scrittura integrando più informazioni. Ad esempio, se un soggetto presenta un alto numero di incongruenze e un basso numero di errori è possibile inferire che egli abbia un ridotto span di memoria verbale piuttosto che un reale disturbo di scrittura. Allo stesso modo, un numero rilevante di errori fonologici e non fonologici, in presenza di un basso numero di incongruenze e ripetizioni, potrebbe indicare con più forza la presenza di una tipica disortografia. L’analisi comparata della tipologia di errori può quindi ridurre il rischio di formulare diagnosi di disortografia laddove il problema è invece da ricercarsi in disfunzioni attentive ed esecutive.

I disturbi del neurosviluppo

Il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – Fifth edition (DSM-5; American Psychiatric Association, 2013) ha introdotto significativi elementi di novità nella tassonomia dei disturbi mentali in età evolutiva. Il principale è sicuramente la creazione di una nuova macroarea definita Disturbi del neurosviluppo che comprende i disturbi caratterizzati dalla deviazione della traiettoria neuroevolutiva in senso disfunzionale

Della macroarea, oltre al disturbo specifico dell’apprendimento (DSA), fanno parte la disabilità intellettiva, i disturbi della comunicazione, i disturbi dello spettro dell’autismo, il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) e i disturbi del movimento. Tutte queste condizioni sono sostenute da uno sviluppo atipico di alcuni domini cognitivi, si esprimono con un correlato comportamentale disfunzionale, frequentemente co-occorrono e condividono profili genetici ed endofenotipici. Della macroarea, oltre al disturbo specifico dell’apprendimento (DSA), fanno parte la disabilità intellettiva, i disturbi della comunicazione, i disturbi dello spettro dell’autismo, il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) e i disturbi del movimento. Tutte queste condizioni sono sostenute da uno sviluppo atipico di alcuni domini cognitivi, si esprimono con un correlato comportamentale disfunzionale, frequentemente co-occorrono e condividono profili genetici ed endofenotipici.



Il DSM-5 propone una singola etichetta diagnostica per definire l’insieme dei problemi nell’acquisire le capacità scolastiche: disturbo specifico dell’apprendimento (DSA). A differenza del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders ‒ Fourth edition (DSM-IV; American Psychiatric Association 1994) e del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fourth edition, Text Revision (DSM-IV-TR; American Psychiatric Association, 2000), che descrivevano disturbi discreti, ognuno con specifici criteri diagnostici (disturbo della lettura, disturbo del calcolo, disturbo dell’espressione scritta e disturbo dell’apprendimento NAS-non altrimenti specificato), il DSM-5 definisce un’unica condizione caratterizzata dalla difficoltà ad apprendere ed utilizzare le capacità accademiche. Questa difficoltà può interessare diversi domini cognitivi e sotto-abilità e, pertanto, esprimersi con difficoltà in ambiti diversi delle abilità accademiche, ma rimane pur sempre una condizione unitaria. Questa nuova visione meno rigidamente categoriale considera i diversi disturbi come espressioni differenti di una comune condizione di deviazione del neurosviluppo e assume la prospettiva del continuum tra profili di funzionamento adeguato e profili disfunzionali.

La valutazione neuropsicologica

La valutazione neuropsicologica permette di misurare le abilità cognitive (attenzione, memoria, linguaggio, percezione, funzioni esecutive) mediante la somministrazione di test neuropsicologici di valutazione globale e di test neuropsicologici funzione-specifici.






Una visita neuropsicologica è costituita da varie fasi e include una prima parte di colloquio clinico-neuropsicologico, una seconda parte di somministrazione di test neuropsicologici, una terza parte di colloquio con il familiare accompagnatore. Vengono utilizzati strumenti psicometrici computerizzati e/o carta-matita sensibili e specifici che consentono di delineare il profilo cognitivo di un individuo in cui sono state osservate alterazioni comportamentali, emotive e di autonomia.
L’impatto di tali disfunzioni è negativo per la qualità di vita dell’individuo e per il suo funzionamento generale nel quotidiano, con notevoli ripercussioni anche nei caregiver.
La valutazione neuropsicologica attualmente persegue diversi scopi e si rivela indispensabile a fini diagnostici, prognostici, peritali e riabilitativi.

L'acquisizione della lettura e la sua espressività durante la scuola primaria e secondaria, può essere un predittore importante delle difficoltà ...
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La produzione scritta è un nodo complesso di abilità. Prevede la piena consapevolezza fonologica, la padronanza delle forme grammaticali e ...
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Il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – Fifth edition (DSM-5; American Psychiatric Association, 2013) ha introdotto significativi elementi ...
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La valutazione neuropsicologica permette di misurare le abilità cognitive (attenzione, memoria, linguaggio, percezione, funzioni esecutive) mediante la somministrazione di test ...
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La valutazione della lettura

L’acquisizione della lettura e la sua espressività durante la scuola primaria e secondaria, può essere un predittore importante delle difficoltà scolastiche. Per valutare questa competenza durante i vari stadi dell’apprendimento è necessario avvalersi di strumenti affidabili validati.
Tradizionalmente, la valutazione dell’accuratezza e della velocità di lettura in età evolutiva, viene realizzata mediante prove di lettura ad alta voce di liste di parole e non-parole (si vedano, ad esempio, le batterie più diffuse come la DDE e la DDE-2; Sartori et al., 1995, 2007) e di brani con diversa complessità ortografica e lessicale, a seconda dei diversi livelli di scolarità (si vedano, ad esempio, le Prove MT; Cornoldi e Colpo, 1998). A ciò si aggiunge un ulteriore brano, diverso dal primo, da leggere nella mente, per la valutazione della comprensione.
Tale modello valutativo è conforme a quello usato in tutti gli altri paesi dotati di un sistema di scrittura alfabetico, che si fonda cioè su una corrispondenza tra fonemi (o gruppi di fonemi) e grafemi (o gruppi di grafemi).
Infatti, le principali batterie che consentono la valutazione delle abilità di lettura (cfr. Kaufman Test of Educational Achievement – Second Edition, KTEA-II; Kaufman e Kaufman, 2004) propongono diverse prove aventi come obiettivo primario quello di tracciare un profilo di abilità basato sui modelli di lettura maggiormente accreditati (cfr. Coltheart, 1978; Frith, 1985) che prevedono la distinzione della via d’accesso fonologica (indiretta) dalla via d’accesso lessicale (diretta). In tal senso, l’uso di liste di parole e di non-parole consente di valutare indipendentemente le due vie di lettura, essendo privilegiata quella indiretta per la lettura di non-parole e quella diretta per la lettura di parole. Nella gran parte dei sistemi di scrittura alfabetici il parametro ritenuto centrale nella valutazione delle abilità di lettura è la velocità (fluenza), solitamente indagata contando il numero totale di sillabe o parole lette in un determinato periodo di tempo (cfr. Fuchs, Fuchs, Hosp e Jenkins, 2001 Hasbrouck e Tindal, 2006). Seppure esistano consolidate evidenze a sostegno dell’uso della rapidità di lettura orale come principale indice della qualità della lettura in bambini e adolescenti, la validità di tale parametro nella valutazione delle abilità di lettura di adolescenti e adulti è stata di recente messa in discussione (cfr. Ciuffo et al., 2014; Price, Meisinger, Louwerse e D’Mello, 2012).

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La valutazione della scrittura

La produzione scritta è un nodo complesso di abilità. Prevede la piena consapevolezza fonologica, la padronanza delle forme grammaticali e adeguate competenze semantiche e pragmatiche, oltreché una buona capacità oculo-manuale. La scrittura, pertanto, merita di essere valutata accuratamente, per poterne monitorare lo sviluppo, durante la scuola primaria e secondaria, in modo da intervenire prontamente in caso di difficoltà.
La disortografia può essere identificata mediante tre caratteristiche principali:
– produzione di un numero significativo di errori di scrittura: fonologici e/o non fonologici e/o grammaticali;
– significativa lentezza della produzione scritta;
– presenza di entrambe le condizioni precedenti.

Le prove di scrittura sotto dettatura incalzante prevedono che il somministratore detti un determinato numero di parole consecutivamente senza interruzione. Durante l’esecuzione di questo tipo di prova il soggetto testato potrebbe commettere una serie di errori ed imprecisioni di varia natura. Tali errori assumono, da un punto di vista neuropsicologico, un significato specifico.
La valutazione delle abilità di scrittura non può prescindere da un’analisi anche qualitativa della produzione scritta. Se è vero infatti che gli errori di scrittura si prestano a essere quantificati in modo preciso e restituiscono una variabile numerica confrontabile con quella del campione normativo, è parimenti vero che alcuni errori hanno un peso differente rispetto ad altri e che esiste un’ampia gamma di errori possibili e differenti modi di commetterli, in funzione anche dell’età e del grado di scolarità.
Pertanto, accanto a un’accurata quantificazione normativa del numero di errori, risulta opportuno effettuare anche una valutazione basata sugli aspetti qualitativi. Solo quest’ultima valutazione consentirà di fare riferimento ai processi disfunzionali che sottendono gli errori. Premesso ciò, la prova di Dettato di brano con lettura incalzante è stata standardizzata prevedendo la misurazione di tre diversi parametri di seguito elencati (errori, incongruenze, ripetizioni).
Grazie alla rilevazione di questi tre parametri l’esaminatore potrà valutare le prestazioni di scrittura integrando più informazioni.
Ad esempio, se un soggetto presenta un alto numero di incongruenze e un basso numero di errori è possibile inferire che egli abbia un ridotto span di memoria verbale piuttosto che un reale disturbo di scrittura. Allo stesso modo, un numero rilevante di errori fonologici e non fonologici, in presenza di un basso numero di incongruenze e ripetizioni, potrebbe indicare con più forza la presenza di una tipica disortografia. L’analisi comparata della tipologia di errori può quindi ridurre il rischio di formulare diagnosi di disortografia laddove il problema è invece da ricercarsi in disfunzioni attentive ed esecutive.

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I disturbi del neurosviluppo

Il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – Fifth edition (DSM-5; American Psychiatric Association, 2013) ha introdotto significativi elementi di novità nella tassonomia dei disturbi mentali in età evolutiva.
Il principale è sicuramente la creazione di una nuova macroarea definita Disturbi del neurosviluppo che comprende i disturbi caratterizzati dalla deviazione della traiettoria neuroevolutiva in senso disfunzionale

Della macroarea, oltre al disturbo specifico dell’apprendimento (DSA), fanno parte la disabilità intellettiva, i disturbi della comunicazione, i disturbi dello spettro dell’autismo, il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) e i disturbi del movimento. Tutte queste condizioni sono sostenute da uno sviluppo atipico di alcuni domini cognitivi, si esprimono con un correlato comportamentale disfunzionale, frequentemente co-occorrono e condividono profili genetici ed endofenotipici.



Il DSM-5 propone una singola etichetta diagnostica per definire l’insieme dei problemi nell’acquisire le capacità scolastiche: disturbo specifico dell’apprendimento (DSA).
A differenza del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders ‒ Fourth edition (DSM-IV; American Psychiatric Association 1994) e del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fourth edition, Text Revision (DSM-IV-TR; American Psychiatric Association, 2000), che descrivevano disturbi discreti, ognuno con specifici criteri diagnostici (disturbo della lettura, disturbo del calcolo, disturbo dell’espressione scritta e disturbo dell’apprendimento NAS-non altrimenti specificato), il DSM-5 definisce un’unica condizione caratterizzata dalla difficoltà ad apprendere ed utilizzare le capacità accademiche. Questa difficoltà può interessare diversi domini cognitivi e sotto-abilità e, pertanto, esprimersi con difficoltà in ambiti diversi delle abilità accademiche, ma rimane pur sempre una condizione unitaria. Questa nuova visione meno rigidamente categoriale considera i diversi disturbi come espressioni differenti di una comune condizione di deviazione del neurosviluppo e assume la prospettiva del continuum tra profili di funzionamento adeguato e profili disfunzionali.

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La valutazione neuropsicologica

La valutazione neuropsicologica permette di misurare le abilità cognitive (attenzione, memoria, linguaggio, percezione, funzioni esecutive) mediante la somministrazione di test neuropsicologici di valutazione globale e di test neuropsicologici funzione-specifici.

Una visita neuropsicologica è costituita da varie fasi e include una prima parte di colloquio clinico-neuropsicologico, una seconda parte di somministrazione di test neuropsicologici, una terza parte di colloquio con il familiare accompagnatore.
Vengono utilizzati strumenti psicometrici computerizzati e/o carta-matita sensibili e specifici che consentono di delineare il profilo cognitivo di un individuo in cui sono state osservate alterazioni comportamentali, emotive e di autonomia.
L’impatto di tali disfunzioni è negativo per la qualità di vita dell’individuo e per il suo funzionamento generale nel quotidiano, con notevoli ripercussioni anche nei caregiver.
La valutazione neuropsicologica attualmente persegue diversi scopi e si rivela indispensabile a fini diagnostici, prognostici, peritali e riabilitativi.

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