Il disturbo d’attenzione e iperattività (ADHD)

Il disturbo d’attenzione e iperattività (ADHD)

Leo è un bambino difficile, ribelle. Forse maleducato, agli occhi di chi non lo conosce. In realtà dietro la sua impulsività e irrequietezza c’è una diagnosi ben precisa: disturbo da deficit d’attenzione e iperattività (Adhd).

Che Leo avesse questo disturbo l’ho sempre sospettato: già nei primi mesi dalla nascita era un bimbo irrequieto, piangeva sempre. Poi all’asilo sono arrivati i primi disastri: metteva le mani addosso ai coetanei, faceva fatica a rispettare le regole.
Addirittura un giorno, quando aveva cinque anni, aveva dato un ceffone senza motivo a un bambino più piccolo.
Avevamo escluso problemi cognitivi grazie a un test che aveva fatto alla fine dell’asilo, che rivelava però immaturità emotiva e difficoltà nell’attenzione. Ma questi comportamenti impulsivi e spesso aggressivi non si placavano, così, qualche anno dopo, quando Leo faceva la seconda elementare, mi confrontai con il pediatra per sottoporlo al test dell’iperattività, che ci confermò la diagnosi: deficit di attenzione e iperattività”.

Alcuni esperti avevano consigliato alla mamma di Leo di adottare qualche piccola strategia per aiutarlo a riflettere sui suoi comportamenti, come ad esempio un quaderno, che lui chiamava, “azionario”, dove segnava tutte le azioni sbagliate fatte durante la giornata, “ma non ha funzionato”. Poi, grazie a una psicologa che ha lavorato con il gioco, senza imporgli un metodo educativo, Leo ha fatto dei grandi passi avanti.
“Certo, ancora adesso, che ha 10 anni, devo ricordargli spesso di lavarsi i denti, di mettersi il pigiama, di fare i compiti, e sa che quando lo chiamo Leonardo invece che Leo è perché sta esagerando. A scuola le insegnanti ci hanno dato davvero un aiuto prezioso perché, avendo difficoltà a concentrarsi, Leo si distrae con qualsiasi cosa.
Siamo dunque riusciti a fargli avere un programma scolastico personalizzato, meno carico di informazioni, con mappe e concetti più diretti”, continua la mamma di Leo. Un modo, questo, per evitare che l’Adhd infici sulla resa scolastica del bambino, che così può stare al passo con quello che imparano a scuola i suoi compagni di classe.

Sara Pero e Chiara Gambarino

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