Il Disturbo Oppositivo Provocatorio

Il Disturbo Oppositivo Provocatorio

Nel mio lavoro, molto spesso mi vengono “portati” dei bambini descritti come ingestibili: bambini che creano problemi a casa e a scuola, che non rispettano le regole, che sono particolarmente dispettosi con coetanei ed adulti…

Ha 5 anni e si chiama Susanna; le educatrici della scuola materna segnalano di avere difficoltà da sempre con lei a farle fare i lavoretti programmati e a farle rispettare le semplici regole di convivenza (stare in fila, andare a lavarsi le mani, rispettare il posto a tavola).
La mamma, che ho già incontrato, mi ha spiegato che la bambina fa capricci che possono durare anche 2-3 ore e non si estinguono in alcun modo, eccetto l’accontentarla.
I “capricci” si manifestano ogni qual volta (o quasi), la bambina viene contrariata.
Tali comportamenti oppositivi sembrano resistenti a qualsiasi tentativo di conciliazione o compromesso, la bimba sembra “impermeabile” alle sgridate, anzi, sembra che testi volontariamente i limiti dei genitori, con atteggiamenti di sfida, facendo dispetti e disturbando appositamente.
I genitori hanno provato moltissime strategie, il dialogo, le punizioni, la durezza, ma nulla ha funzionato, pertanto si sono rivolti alla psicologa (io!)

Susanna ha una sorella più grande, che inizia a mostrare disagio per il clima teso che si respira in casa, facendo anche lei richieste continue e arrabbiandosi se non viene accontentata, verbalizzando esplicitamente che “però a Susanna glielo lasciate fare”.

Con la mamma e il papà decidiamo di fare alcune sedute di osservazione, nelle quali proporre, se possibile, qualche test alla bambina (ovviamente i test sono storie ed immagini adatte all’età di Susanna) per capire meglio il disagio della bambina. E’ la prima volta che dobbiamo incontrarci, la bambina entra nella stanza, accompagnata dalla madre.
Ha il mento sollevato, un’espressione di sfida.
Ha capelli a caschetto color biondo cenere e grandi occhi verdi limpidi e fieri…
Come se fosse a casa sua, si accomoda al tavolino sedendosi con la faccia rivolta verso il muro, inizia a prendere dei giochi e ad usarli, dandomi deliberatamente le spalle.
“Ottimo” penso… dovrei mostrarle le figure del test ma non mi rivolge la parola…la mamma la invita più volte a guardarmi ed ascoltarmi, ma lei non ci pensa nemmeno. Gioca da sola, tranquillissima, rivolta verso il muro.
Apparentemente è disinteressata… ma quegli occhi nitidi come laghi di montagna mi hanno già segnalato che invece desiderano essere raggiunti, e che sarà una camminata impervia, in salita, con il fiato che manca.

In barba all’immaginario comune, che vuole la psicologa accomodata in poltrona mentre conversa amabilmente con il suo paziente, decido di sedermi per terra. Mi porto vicino la scatola dei giochi e il test che voglio farle… inizio a giocare anche io da sola, per un po’..poi frugando nella scatola dico ad alta voce “ma dove sarà quel cagnolino..eppure doveva essere qui..uffa mi serve…”
Susanna si distoglie leggermente dalla sua sedia, guardando nella mia direzione.
La ignoro.
Continuo a frugare e a blaterare che mi serve proprio quel cagnolino.
Susanna scende dalla sua sedia e si avvicina…continuo a non guardarla, parlo senza rivolgerle lo sguardo..dico che magari con un aiuto potrei trovare il cane….lei inizia a cercare nella scatola con me. Troviamo il cane. Sempre senza sollecitarla troppo racconto la storia del cagnolino e dico che io ne ho anche un altro, di cagnolino… tiro fuori le immagini… insomma, sudando e faticando, riesco a somministrarle tutto il test di Blacky.

Da quel momento inizia un lento percorso che porterà me e Susanna a stringere una buona alleanza e a lavorare insieme, la bambina si aprirà giorno dopo giorno, certo mi farà faticare molto, però la contentezza del vederla più serena, varrà tutto lo sforzo della salita.

Cit. Silvia Spinelli

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